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Caleido intervista Vincenzo Palazzo di Vìen

Caleido intervista Vincenzo Palazzo, fashion designer e direttore creativo del brand indipendente Vìen. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

 

Diario di: @vien_atelier

#CaleidoPerspectives
10 tematiche di conversazione, affrontate da prospettive differenti, per esplorare la realtà tramite una visione caleidoscopica
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Ph. @valentina.selavy
1. Lei è originario di Bari, più precisamente Putignano. Quali aspetti della sua terra d’origine (la Puglia, ma anche l’Italia stessa) l’hanno maggiormente plasmata? Immaginando di esporre tutte assieme, in un’unica stanza, le collezioni, quali sono gli elementi culturali che emergerebbero con maggior intensità e costanza?

Sicuramente il mio paese natale, Putignano, rappresenta un luogo molto importante nel mio percorso. Da un lato sono cresciuto affianco a mia nonna, che era una sarta, e dunque l’avvicinamento al mondo dell’abbigliamento è stato, anche grazie a lei, un percorso naturale. Inoltre, qui in Puglia ci sono tantissime aziende di grandi produzioni moda. Tutto questo mi ha sicuramente influenzato, perché questo è quello che ho respirato fin da quando ero piccolo, almeno fino agli Anni Novanta. Il legame viscerale con la mia terra è qualcosa di intrinseco in me.

Ph. @teresa.ciocia
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Ph. @sku_aard
2. Cosa ha significato, all’inizio della sua carriera, essere un fashion designer nel suo Paese? Ci sono degli episodi, degni di essere annotati in un Diario, che ricorda con maggior intensità?

Sicuramente il legame con il territorio e i miei affetti personali hanno giocato un ruolo chiave. Mi piace definire il mio lavoro quasi come un hobby. Sin da piccolo ho sempre avuto un’ossessione per i capi spalla, tanto che appena mi era possibile sgattaiolavo nelle stanze di mio papà e di mio nonno e aprivo sempre i loro armadi. Ho sempre voluto ridisegnare il guardaroba a mio gusto, un po’ come quando entri in un negozio e non trovi nulla che ti soddisfa davvero. Poi, sicuramente ha influito molto anche la questione legata alla mia terra d’origine, e alle persone che la abitano… Il ricordo più intenso riguarda la mia prima collezione, quando delle sarte del paese, amiche di mia nonna, mi hanno aiutato a confezionare i capi… È stato bellissimo! Se fossi nato e vissuto in una città grande tutto questo non sarebbe certamente successo, e di conseguenza sarebbe stato più complesso approcciare questo mondo.

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Ph. @mattcolombo

3. Quali crede siano i cambiamenti più profondi che il settore della moda sta vivendo oggi?

Prima di iniziare a lavorare in questo settore ho lavorato per 8 anni nel settore musicale: avevo un club ed organizzavo concerti. Nella moda sta accadendo esattamente la stessa cosa che ha vissuto il settore della musica anni fa, dove la “prepotente” presenza del digitale ha rivoluzionato tutto il sistema. La tecnologia, e i social media, hanno rimodellato, nel bene e nel male, un po’ tutto. I social media ti aiutano sicuramente a mantenere un contatto attivo con i consumatori, e a sviluppare il tuo brand, ma per il resto non riesco a trovare altri aspetti positivi, anzi… Noi creativi (e artisti, se parliamo della musica) stiamo diventando dei numeri, e spesso il nostro valore viene calcolato in relazione ai numeri dei nostri social… è una follia. Secondo questa logica, grandi talenti – penso a Margiela, che ha fatto della non-socialità il suo mantra – oggi non verrebbero neanche presi in considerazione. Questo folle criterio di giudizio sta uccidendo la qualità del nostro prodotto: oramai non ha più valore ciò in cui credi, la tua visione creativa, ma gira tutto intorno a delle banali cifre. Questo digital-only è un modello pericolosissimo per la moda, perché sposta tutto il focus sulla comunicazione e sull’apparenza; mentre invece, se parliamo di abbigliamento, per dare il giusto valore ad un prodotto, occorre toccarlo e provarlo, non solo vederlo tramite un’immagine. In questo scenario, il retail fisico ha quindi una responsabilità enorme sulla sopravvivenza dei brand giovani, in quanto solo grazie ai negozi un piccolo marchio riuscirà a far conoscere il suo valore reale, ad essere valutato per la qualità dei suoi prodotti, e dunque a trovare un suo spazio tra i grandi brand. Avevo idealizzato nella mia testa un concetto di “progresso” diverso, lo immaginavo come qualcosa di positivo in termini assoluti, e invece non lo è, ho l’impressione che ci stia togliendo qualcosa.

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Ph. @agf_281
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Ph. @agf_281
4. Quali crede siano i temi sociali più forti che la società contemporanea sta affrontando? Ci sono delle battaglie che le stanno più a cuore?

Oltre alla velocizzazione e alla digitalizzazione, di cui abbiamo già discusso, credo che occorra parlare della questione comportamentale. Ricordo cosa diceva un mio caro amico, che ora non è più con noi, a proposito dei suoi studenti (era un professore universitario): “L’evoluzione tecnologica è a volte direttamente proporzionale all’involuzione culturale”. Grazie alla tecnologia è tutto più veloce, più accessibile, più pronto all’uso e questo toglie valore alle cose. Speravo che il Covid ci potesse riportare un po’ indietro nel tempo e che potesse rallentarlo, che potesse ricondurci in un certo modo alle origini; sotto alcuni punti di vista lo ha fatto, abbiamo riscoperto la voglia di cucinare, i ritmi lenti della vita. Ma questo è avvenuto solo nelle “vecchie generazioni”, non ho visto lo stesso cambiamento nei giovani.

5. Uno dei temi maggiormente presenti nella discussione odierna riguarda l’approccio sostenibile della moda. Non solo dato dalla naturalità dei tessuti, ma anche da un approccio che sfocia nei processi produttivi, contenuti etici o sociali. Qual è il suo approccio in questo ambito?

Credo che quello della sostenibilità sia oggi un macro-trend (commerciale)… Non per screditarne il concetto, ma voglio semplicemente dire che, un po’ come tutte le cose, quando esplodono si tende ad “abusarne”. Penso che la sostenibilità vera debba nascere dentro ciascuno di noi, con le nostre piccole-grandi scelte. Nel mio piccolo posso dirti che sono vegano da tantissimi anni, per mia scelta ho deciso di non guidare la macchina e di limitare quanto più possibile l’utilizzo della plastica. Se invece devo parlare di sostenibilità nel mio settore, le cose si complicano perché vanno analizzate a 360 gradi. Quindi sì, è vero che usare tessuti sostenibili è sicuramente uno step importante per i brand della moda, ma non è l’unico: bisognerebbe partire ancor prima, analizzando l’impatto ambientale delle aziende produttrici di materie prime. E poi passare a capire quali sono le portate delle produzioni diffuse, della logistica, della questione relativa ai resi… Ma da qualcosa dobbiamo iniziare; e credo che occorra ripartire da due cose: dalle produzioni a km 0, e dalla produzione limitata, per abbattere gli sprechi dell’invenduto. Bisogna rivedere il sistema della vendita, forse tornando al vecchio modello produttivo della bottega, nella quale si produce su ordinazione.

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6. Il suo lavoro è intriso di cross-cultural references, facendo di lei un talento da seguire. Se dovesse individuare 5 referenze (anche al di fuori dalla moda) che la descrivono, da ricercare su Instagram, quali sarebbero?

Ecco i loro profili su Instagram:

@egonschieleswomen

@tokyo.sexpistols

@fujiwarahiroshi

@undercoverosh

@nasa

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Ph. @teresa.ciocia
7. Recentemente, un ospite di Caleido ha detto che nel mondo contemporaneo non c’è più bisogno di nuovi “simboli” (che per la moda sono invece sempre stati centrali): ciò che serve è invece che i creativi si concentrino sul trovare soluzioni efficaci per tutelare l’ambiente e la natura. È d’accordo?

Non sono d’accordo! Ciò di cui NON abbiamo bisogno sono nuovi simboli basati su vecchi principi, ma è invece possibile crearne dei nuovi basandosi su nuovi principi. Io ho da sempre avuto un sogno. So che può far ridere la cosa, ma dentro di me c’è sempre stata la voglia di costruire da zero una città, immaginandola con occhi nuovi, senza pre-condizionamenti. Sicuramente la costruirei in mezzo alla natura, e farei sì che le abitazioni avrebbero un ruolo secondario rispetto al verde, adatterei le case agli alberi anziché viceversa. La grande sfida sarebbe proprio creare qualcosa di nuovo, che si adatti al territorio, e che non lo sconvolga. Il problema è che tutto questo avverrà solo quando saremo costretti a farlo. Bisogna ridare spazio alla natura, questa è la vera sfida. Albert Camus diceva sempre che il problema più grande dell’umanità è il fatto che si è dimenticata da dove proviene. Concordo con lui, siamo dei mammiferi e pensiamo di essere proprietari indiscussi di questa Terra. Se avessimo avuto il rispetto per essa, tante cose ad oggi non sarebbero accadute.

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8. Da creativo di nuova generazione, che definizione darebbe al concetto di lusso?

A livello materiale, sul lusso non c’è bisogno di fare filosofia. Il lusso è da sempre collegato alla qualità di un prodotto e a delle materie prime che sono pregiate, e difficili da reperire. Racchiuderei tutto con una parola: unicità. Se invece penso al lusso dal punto di vista non materiale, per me è qualità della vita: poter fare ciò che si vuole senza dar conto a niente e a nessuno. Si parla tanto di libertà oggi giorno, ma non ci stiamo rendendo conto che ci stanno privando di quella più importante, quella d’espressione. Si tende a stereotipare sempre tutto. Ogni tanto penso all’antica Grecia, al ruolo che aveva l’Agorà (piazza), all’ARTE del confronto. Tutto questo adesso non esiste più.

Ph. @teresa.ciocia
9. Che definizione darebbe al concetto di romanticismo? E di amore?

Per me amore e romanticismo significano osservare, sentire. Credo che bisognerebbe innamorarsi ogni giorno. Bisogna soffermarsi sulle cose, guardarle con estrema attenzione, ritornare a scoprire la bellezza. Per me l’amore e il romanticismo sono collegati da un filo comune, quello della bellezza, sia esteriore che interiore. Bisogna saperla cogliere, apprezzarla, scoprire e poi distribuire nel mondo. Bisognerebbe fare un tuffo nel passato ed iniziare a apprezzare di nuovo cose che ormai ora non vengono più considerate.

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10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?
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Un oggetto a cui non rinuncerei è il cartamodello fatto a mano di un abito della prima sfilata di Vìen composto da più di 500 triangoli cuciti a mano.

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