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Caleido intervista Simon Cracker brand

issue #18: whatever it takes

Caleido intervista Simone Botte (designer) e Filippo Leone Maria Biraghi (brand coordinator) del brand Simon Cracker. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @simoncracker

@simoncracker
1. Simon Cracker – il nome del brand costituito dal duo Simone Botte (designer) e Filippo Leone Maria Biraghi (brand coordinator) – nasce dal suono onomatopeico “crack” che evoca la distruzione. Perché è proprio dalla distruzione che può nascere qualcosa di nuovo?

Metaforicamente è la storia della fenice che rinasce dalle ceneri, ma per essere più pragmatici, ogni rivoluzione nasce dalla negazione di quello che è avvenuto prima, soprattutto nella moda e nelle espressioni di comunicazione visiva in generale, mettendo quindi in atto un processo “distruttivo”. Le “macerie” sono terreno fertile e qualunque cosa nuova, per essere veramente considerata tale, dovrebbe “rompere” ciò che l’ha preceduta.

@simoncracker
2. Il vostro lavoro ha a che fare con il riuso. Da dove è nata questa passione e qual è stato un accadimento che vi ha dato questo input?

Più che una passione, tutto è nato da un insegnamento. Il nonno di Simone gli ha insegnato, fin da piccolo, a non buttare gli oggetti ma piuttosto a smontarli e riassemblarli per capire come fossero fatti e per tentare di dargli una seconda possibilità. Da un punto di vista più legato alla moda, l’arrivo di Martin Margiela alla fine degli anni ’80, con la sua estetica povera, di riciclo, di capi unici realizzati partendo dal vintage, è stata una sorta di “epifania”.

@simoncracker
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3. La maggior parte delle volte immaginiamo i rifiuti di tessuto come abiti scartati dai consumatori. Tuttavia, i rotoli di tessuto perfettamente buoni e inutilizzati dalle aziende rappresentano una parte significativa dei rifiuti, che può essere una risorsa preziosa. Ci raccontate come avviene il vostro approvvigionamento e la creazione?

È noto a tutti che la moda è una delle industrie più inquinanti del Pianeta, e questo non ha solo a che fare con il fast-fashion, ma con il sistema “overproduttivo” messo in atto dai brand per continuare ad alimentare il ‘desiderio’. Noi, in parte per necessità, ma soprattutto per scelta, abbiamo deciso di muoverci diversamente: vogliamo lavorare con quello che agli altri non serve più o di cui si vogliono liberare. A seconda del “tema” della collezione, iniziamo una ricerca tra fondi di magazzino, capi mai ritirati dalle lavanderie, e soprattutto Emmaus, un movimento nato nel 1949 per lottare contro la povertà nel mondo, che noi sovvenzioniamo con l’acquisto di capi usati in stock. L’aspetto creativo viene quindi spesso guidato dai materiali che troviamo, considerando che per noi il ‘non si butta via niente’ è una legge!

@simoncracker
4. Il tessuto è storicamente specchio della situazione geo-politica della società: prezioso e dunque contingentato in tempi di guerra, viceversa usato in abbondanza come simbolo di opulenza in momenti di espansione economica. Lei, Filippo Leone Maria, che ha un “termometro tessile”, in che momento ci troviamo?

Il momento attuale è estremamente caotico: viviamo nell’era del “vale tutto” (e, per paradosso, nulla vale niente), con una situazione geo-politica e sociale che non offre nessuna certezza o strada da seguire. Si tenta di prestare molta attenzione alla sostenibilità dei nuovi tessuti, sperimentando con il riciclo di materiale inquinante, ma molto spesso la tecnologia richiesta fa aumentare il prezzo di queste nuove materie prime a dismisura. Credo che ci troviamo in un momento di svolta, dove prendere atto che un ripensamento su tutto il sistema sia non solo necessario, ma indispensabile. Oggi tutti conoscono il prezzo di tutto ma il valore di niente: l’educazione a un consumo forse minore ma più consapevole è la strada da percorrere.

@simoncracker
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5. Quali sono 5 profili su Instagram che ci suggerite di seguire per sensibilizzarci sul tema del riuso?

La questione con Instagram, come con tutti i social media, è l’estrema superficialità e “volatilità” delle informazioni che si possono ottenere. La natura dei social media purtroppo non è quella di educare, ma di apparire e la sostenibilità è semplicemente uno dei tanti argomenti. Noi ammiriamo realtà che hanno a che fare con lo scambio, il baratto, il km 0 e l’artigianato, che spesso un profilo Instagram non ce l’hanno neanche.

Considerando questo, sicuramente @emmaus_alternatives, e per quanto riguarda l’aspetto comunicativo più immediato @katharinehamnett, designer da sempre impegnata realmente nella difesa dei diritti umani e nella moda sostenibile e @nokiofficial, il pioniere del “sabotaggio sartoriale” che dall’inizio degli anni ’90 ha iniziato a fare upcycling, pezzi unici e customizzazioni.

@simoncracker
Filippo Leone Maria Biraghi (brand coordinator) e Simone Botte (designer)
6. C’è chi sostiene che i cicli di progettazione rapidi, basati sull’offerta limitata di prodotto, come quelli delle catene low-cost, potrebbero ridurre al minimo la sovrastima della domanda e delle scorte, e quindi limitare le giacenze. Cosa ne pensate? Qual è la vostra soluzione per limitare gli scarti che generate a vostra volta? 

Ogni produzione, di qualunque tipo sia, crea scarti più o meno dannosi e inquinanti ma comunque presenti. Uno dei grandi problemi della moda oggi è lo stock (ciò che non viene venduto). Il nostro progetto per Simon Cracker è proprio quello di trasformare un punto debole in una risorsa: il nostro progetto di upcycling riguarda infatti l’utilizzo di materie prime (siano esse abiti già fatti o tessuti) già esistenti e “scartati”. Cerchiamo di creare meno rifiuti possibili: nel piccolo dizionario che abbiamo scritto per raccontare le parole chiave del DNA di Simon Cracker c’è anche il termine “end of the day” cioè la creazione da altri capi utilizzando gli scarti di una giornata di lavoro. Per citare un detto “contadino” Simon Cracker è come il maiale: non si butta via nulla!

@simoncracker
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7. C’è poi la componente del design: il processo creativo inizia spesso in un quaderno bianco nel quale la visione artistica senza vincoli viene prima di tutto. Il tessuto viene poi tagliato per adattarsi alla visione. Come vede invece, Simone, la possibilità di un design che pone al centro la minimizzazione dell’utilizzo di tessuto? Sarebbe un vincolo troppo grande per un designer?sono sostituite le care e vecchie marce su strada degli attivisti?

Il metodo di lavoro che Simone utilizza è guidato da due correnti: una è sicuramente quella creativa e di “storytelling” nel senso stretto: ci facciamo ispirare da suggestioni, oggetti, film, libri e immagini che poi diventano uno stato d’animo che costituisce le fondamenta di una collezione. La seconda corrente, altrettanto importante è l’approvvigionamento di materie prime. Abbiamo creato una rete di sorgenti di materiali e abiti finiti con la quale possiamo indirizzare la ricerca, come per esempio è successo per la collezione “Sulle corna della luna” che è stata una riflessione sulla femminilità concretizzata dall’abito da sposa, che continua ad essere uno degli abiti più importanti nella vita di una donna. Da questo è iniziata una ricerca molto specifica su questa tipologia di abiti. La materia prima e la ‘storia’ di una collezione per noi sono ugualmente importanti.

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8. Che rapporto avete con il passato e la nostalgia?

Nonostante la prima risposta, dove abbiamo parlato del passato come di qualcosa da distruggere per creare qualcosa di diverso, per noi la memoria, i ricordi, e la conoscenza del passato sono una materia inesauribile e infinita fonte di ispirazione. Il passato e le nostre storie fanno di noi quello che siamo oggi: da questo non si può prescindere. La consapevolezza del passato crea anche una forte base sulla quale creare dei nuovi racconti. La nostalgia – intesa come mancanza di qualcosa che non c’è più – cerchiamo di considerarla meno: il passato è passato, un’ottima risorsa ma irripetibile. Se guardi troppo indietro, stai guardando nella direzione sbagliata.

@simoncracker
9. Un claim che racconta il vostro lavoro è «Be punk, be kind!», che apre la strada ad un anti-conformismo raggiunto attraverso i modi gentili (anziché attraverso lo scontro). Nella società in cui viviamo, è una strada davvero possibile? Ci raccontate una vostra esperienza in questo senso?

Il “punkindness” è forse il vocabolo più importante del piccolo dizionario Simon Cracker. Abbiamo scoperto lavorando insieme di avere un’idea di punk diversa dallo stereotipo che tutti hanno in mente sul movimento più dirompente tra tutte le sottoculture giovanili: nel mondo in cui viviamo oggi è molto più di rottura dire ‘Grazie’ che ‘Vaffanculo’. Noi e le persone che ci circondano, la Cracker Crew, siamo punk nel senso vero del termine (senza una divisa, pensando fuori dagli schemi, celebrando l’individualismo, il pensiero divergente, la non conformità, e la comunione di un certo modo di intendere la vita). La nostra ultima collezione è stata realizzata basandoci proprio su questo, l’aiuto che abbiamo avuto dalle persone che sono state coinvolte è arrivato grazie a una gentilezza d’animo che noi condividiamo: vogliamo allontanarci il più possibile dall’idea di moda capricciosa, che crea drammi sul nulla e inutilmente gerarchica che molti hanno. A noi piace far sentire le persone a loro agio, farle divertire e permetter loro di godere dell’esperienza che condividono con Simon Cracker.

@simoncracker
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10. Qual è un oggetto della vostra casa al quale non rinuncereste mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci mandate una foto scattata da voi?

A noi piace cercare oggetti dalle fonti più disparate, che di volta in volta cambiano e diventano gli amuleti e i simboli del nostro stato d’animo legato ai progetti sui quali stiamo lavorando. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme io ho regalato a Simone una vecchia bambola di un ragazzo vestito con abiti che avrebbero potuto essere stati creati da lui. Lui ha regalato a me il pupazzo di un pirata, figura che ha sempre stimolato molto il mio immaginario. Il viandante e il pirata, senza sapere esattamente chi dei due è quale, e trovati entrambi in mercatini delle pulci, sono diventati l’emblema di un nuovo corso, questa volta a quattro mani, del brand.

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