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Caleido intervista Rita Airaghi di Fondazione Gianfranco Ferré

Caleido intervista Rita Airaghi, docente, direttrice della Fondazione Gianfranco Ferré e da sempre braccio destro dello stilista. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

 

Diario di: @fondazionegianfrancoferre

Rita Airaghi & Gianfranco Ferré - 1982
1. La Fondazione si occupa della conservazione, promozione e diffusione dei valori culturali, artistici ed estetici di Gianfranco Ferré. Qual è la chiave (per una Fondazione) per riuscire a costruirsi un ruolo di rilievo nel processo di connessione tra passato (conservazione) e futuro (creazione)?

La conservazione di per sé è un lavoro oggettivo, scientifico, qualcosa che va fatto per non disperdere un materiale. Limitarsi a conservare è la cosa più facile da fare. Invece, nell’ambito di un archivio come il nostro, la conservazione consiste in qualcosa di diverso: si tratta di verificare, valutare, catalogare, dare un ordine di priorità, avere materia di argomento. E questa è tutta un’altra storia. Circa invece il ruolo “culturale” della Fondazione, esso si configura in un risvolto più valoriale ed etico: si tratta di concepire tutto ciò che si sta custodendo come un patrimonio che deve non solo resistere nel tempo, ma anche trasmettere un pensiero a qualcun altro che lo prosegua. Secondo me la chiave per attuare questa proiezione verso il futuro risiede nel lavoro per e con i giovani; cioè nel dare un senso ai materiali conservati tale da offrire ai giovani la possibilità di leggerli, comprenderli ed interpretarli. Per farlo credo sia fondamentale considerare un aspetto: ogni “oggetto” è storicamente collocato nel tempo, e dunque va osservato ed interpretato applicando il filtro della storia, affinché possa essere compreso da chi vive in un tempo diverso e di conseguenza ritrasmesso ed elaborato.

La lettura che oggi faccio del lavoro di Ferré ha un obiettivo preciso: cercare di individuare quali possono essere gli elementi validi per riflettere, per ragionare, per andare avanti, alla luce di tecnologie, metodologie lavorative e consumi diversi. È il passato che serve per costruire il futuro. Questa è la realtà, in fondo…

Gianfranco Ferré - 1976
Gianfranco Ferré - 1980 - Ph. Mauro Vallinotto

Gianfranco Ferré – 1982 – Ph. Arnaldo Castoldi

2. L’archivio della Fondazione è immenso, ed ospita tutto l’eterogeneo materiale che testimonia l’opera di Ferré (tramite bozzetti, schizzi, disegni, testi, video, capi). Quali sono dei pezzi d’archivio ai quali è particolarmente legata?

Risposta difficile… Amo sorprendermi, e quindi quello che di volta in volta mi sembra importante è ciò che mi colpisce. C’è del materiale che conosco alla perfezione, che so che esiste, che mi da il piacere della verifica ma che non mi sorprende. Poi, ogni tanto, salta fuori qualcosa di cui avevo rimosso l’esistenza: un disegno, una dedica, una foto… Il bello del lavoro d’archivio è proprio questo. Proprio l’altro giorno, con due studentesse cinesi, cercavo dei materiali inerenti al rapporto tra Ferré e la cultura cinese e ho trovato delle foto del suo primo viaggio in Cina, che avevo completamente dimenticato. C’è poi un archivio vestimentario, fatto da accessori, abiti o pezzi di abiti. Anche in quel caso la scelta è difficile, perché ci sono cose che per me hanno una valenza speciale, sprigionando ricordi di momenti di particolare tensione o difficoltà; oppure che mi colpiscono ancor oggi, a distanza di decenni, per la loro genialità. Tra questi c’è un pezzo della serie “camicie bianche” (cfr. l’iconica camicia di Ferré): si tratta di un colletto iper-dimensionato che, girato intorno al seno della modella, funge da top… Penso sia un’idea geniale perché un pezzo di vestito diventa il vestito stesso (la parte per il tutto, una sineddoche se volessimo usare un’espressione appropriata).

Gianfranco Ferré - P/E 2000
Gianfranco Ferré - P/E 2000 - sketch
Gianfranco Ferré - P/E 2000 - Ph. Leonardo Salvini
3. Nell’ultima pubblicazione di Caleido abbiamo parlato di “Design fluido”. Sicuramente Gianfranco Ferré è un esempio di produzioni creative eclettiche, che spaziano dalla moda, ai gioielli, all’architettura e all’interior design, al product design. Qual è l’eredità che un Maestro come lui lascia al mondo della creatività? Nel mondo contemporaneo, così tanto settorializzato, per un designer è possibile essere altrettanto eclettico?

Parlando di Ferré dico sì, era un designer eclettico perché ha prodotto oggetti in molti ambiti diversi, anche se il suo cuore era rivolto alla moda. E per moda intendo sia l’abito che l’accessorio, concepito quest’ultimo come parte integrante del primo. Dopodiché, per una serie di occasioni e necessità, ha disegnato anche altro, pur rimanendo prevalentemente nell’ambito del piacere personale: amava arredare le case sue e dei suoi amici più stretti, ed ha fatto un paio di esperimenti nell’ambito dell’arredamento che, col senno del poi, forse erano anche un po’ troppo all’avanguardia per quei tempi. Mi riferisco nello specifico ad una collezione di divani e ad una di tappeti, nei primi Anni ‘80. Qualunque cosa progettasse nasceva da un processo legato al suo essere architetto, cioè alla sua natura primaria, che lo portava ad applicare in maniera costante un preciso metodo frutto della sua formazione al Politecnico. Parlando di oggi io credo che sia proprio cambiato il mondo del design. Una volta era valido quello che stavamo dicendo di Ferré: un designer di moda poteva sperimentare in altri fronti, rispondendo di fatto solo a se stesso. Oggi invece ho l’impressione che questa fluidità progettuale nasca da una pura necessità di marketing e comunicazione: molte aziende della moda hanno iniziato a proliferare in ambiti diversi, come gli accessori, l’arredamento, la ristorazione, poi il settore alberghiero… Più che una trasformazione del design, a mio parere, è una trasformazione del business.

Gianfranco Ferré - 1996
Gianfranco Ferré - 1996
4. Creatività e progettualità spesso sono due concetti antitetici, che invece nell universo di Gianfranco Ferré convivevano alla perfezione. Qual era il suo metodo?

Il suo metodo si basava su un pilastro incrollabile: applicare anzitutto un criterio di razionalità, sul quale si innestavano la fantasia, la poesia, il sogno. La base però era il progetto. Lui ha sempre pensato che ogni cosa, anche la più semplice, nascesse da un pensiero trasformato prima in disegno e poi in prototipo.

Gianfranco Ferré - 1993
5. Nel processo di costruzione dell’abito, Gianfranco Ferré ha sempre concesso priorità assoluta al “senso del corpo”, ovvero alla sua fisicità e ai movimenti. Oggi invece molti creativi partono da una questione puramente estetica. Cosa ne pensa? Quali sono le principali differenze che nota nella moda di oggi?

Questo è vero, lui ha sempre concesso priorità assoluta al “senso del corpo”. Per lui, disegnare un building o un abito era analogo…  Certamente ci sono delle differenze, e la più sostanziale è il fatto che l’abito è qualcosa di leggero e mutevole, soft, che si muove intorno ad un corpo in movimento, mentre un building è solido, statico, hard. In tutti e due i casi, però, il suo punto di partenza era sempre il progetto, ovvero l’idea che alla base di qualunque tipo di lavoro dovesse esserci una ricerca razionale, sulla quale si innestasse una declinazione creativa. A questo proposito, l’ultima lezione che Ferré ha tenuto alla facoltà di architettura di Milano è stata particolarmente emozionante: parlava del concetto di “ragione-sentimento”, dicotomia che di fondo era la sua guida. Da un lato vi dev’essere la ragione, fatta di regole precise, dall’altro il sentimento, con le sue ispirazioni, ricerche, mutamenti e sogni… Proprio come insegna “la moda, che è anche sogno”.

Gianfranco Ferré - 1990 - Ph. Tyen
6. Protagoniste indiscusse del lavoro di Gianfranco Ferré sono state le camicie bianche, molto apprezzate dal pubblico ma inizialmente stigmatizzate dalla stampa come “troppo rivoluzionarie”. Quanto è importante avere un’icona per un designer? E quando un’icona può diventare una “gabbia”?

Ripensando alle camicie di Ferré, esse sono diventate un’icona, quasi un’etichetta, sopratutto dopo la sua scomparsa… Un’associazione che è cresciuta nel tempo, definitivamente consacrata dalla mostra del 2015 a Palazzo Reale (Milano). Prima si parlava di lui come “l’architetto della moda”, e la camicia bianca era uno dei vari leitmotiv delle collezioni. Quella mostra è stata molto importante, perché ha portato la moda di Ferré ad una dimensione onirica: una poesia capace di dar forma alle idee.

Tornando alla sua prima sfilata – 1974 – dove delle apparentemente “semplici” camicie bianche erano state portate in passerella su cuissard neri di pelle, ricordo perfettamente la reazione della stampa, che ne aveva riconosciuto l’incredibile novità, pur definendola troppo precoce e avanguardista. Per lui le camicie erano un eterno e inesauribile banco di prova con se stesso: non le ha mai considerate un’affermazione iconica del suo stile, ma un modo sempre in divenire per creare qualcosa di nuovo sullo stesso soggetto… Questa convinzione l’ha accompagnato anche quando è diventato direttore creativo di Dior nel 1989, un capitolo nel quale la sperimentazione sulle camicie è comunque continuata incessantemente, di stagione in stagione.

Gianfranco Ferré - 1991
Gianfranco Ferré - 1991
7. Parlando proprio del capitolo Dior, nel 1989 LVMH affidò ad un italiano l’incarico di direttore artistico della Maison. Per il tempo, mettere “nelle mani di uno straniero” un incarico come quello era una mossa molto avanguardista. Cosa ricorda di quell’avvenimento?

Ricordo di aver vissuto parecchie emozioni… La prima cosa che Ferré ha pensato è stata: “perché no?”. La sua attitudine era sempre quella di provare, di accogliere le nuove sfide. Dopodiché è iniziato un periodo abbastanza complesso di assestamento, nel quale doveva vincere resistenze su vari fronti, tra i quali quello dei collaboratori più conservatori e la stampa francese. Alla fine della prima sfilata di Haute Couture per Christian Dior già si respirava un’atmosfera più distesa, anche grazie al prestigioso “Dé d’or”, riconoscimento della critica quale miglior couturier della stagione. Tutto stava evolvendo e un’iniziale titubanza da parte della stampa francese, sorpresa e restia al cambiamento, era inevitabile. Col tempo poi hanno saputo apprezzarlo, fino ad arrivare ad amarlo.

Gianfranco Ferré - 1992
Gianfranco Ferré - 1992
8. Oltre ad essere stato un visionario, Gianfranco Ferré ha anche saputo adattarsi al suo tempo, allineando sempre le sue creazioni alle evoluzioni della società (pensiamo ai jeans, inseriti nelle sue collezioni). Come si può essere rivoluzionari e contemporanei allo stesso tempo?

Ferré ha sempre pensato che uno stilista non potesse vivere in una torre d’avorio, ma al contrario dovesse calarsi nella realtà. Sebbene non fosse molto social, seguiva con grande attenzione i fatti e gli avvenimenti del suo tempo, che lo portavano inevitabilmente a fare riflessioni sulla società e dunque a calarle nelle sue creazioni. “Anche il vestire è una forma di espressione della società. Se non sai come essa si muove, come evolve e come cambia, non puoi fare la moda”. Parlando del jeans, negli Anni d’Oro di Ferré esso era chiaramente un emblema della società contemporanea. E dunque Ferré, da grande sperimentatore quale era, non poteva esimersi dall’introdurlo nelle sue collezioni: tailleur e abiti in denim, jeans con impunture, cuciture, bottoni… Una voglia di dimostrare che si poteva fare qualcosa di diverso rispetto a quello che tutti si aspettavano.

Gianfranco Ferré - P/E 1999
Gianfranco Ferré - P/E 1999

Gianfranco Ferré – 1996

9. Caleido parla di persone eclettiche. Tra le passioni di Gianfranco Ferré, i viaggi e l’arte hanno sempre avuto un posto speciale. Ce ne parla? Quali erano le forme d’arte o i viaggi che lo appassionavano maggiormente? In che modo questi dialogavano con le sue creazioni?

La cosa curiosa, forse poco nota, è che non tutti i viaggi che Ferré ha raccontato nelle sue collezioni li ha fatti realmente. Di alcuni luoghi era un conoscitore diretto, come nel caso dell’Oriente, ma in altri casi si trattava di viaggi immaginari in posti dove non era mai stato. Erano quindi frutto di profonde ricerche in tutti i campi (letteratura, musica, film, arte) che lo portavano ad avere una sua personalissima visione interpretativa… La collezione ispirata all’Argentina, per esempio, nasce proprio da uno di questi studi, che l’ha portato ad una rilettura un po’ poetica, “matta” e sentimentale… Per quanto riguarda invece il collezionismo d’arte, anche qui bisogna mettere dei puntini sulle i… Ferré non era un collezionista nel senso stretto della parola, ma, come mi piace definirlo, un raccoglitore seriale di quello che gli piaceva. Quindi rientravano nello stesso “calderone” sia un oggetto di valore che un “ciaffo” che magari l’aveva attratto per un colore o una forma particolare. Penso ad esempio ad una corona di cartapesta fatta dai suoi assistenti, che per lui aveva un valore inestimabile. Aveva una forma di forte attaccamento ad alcuni oggetti o luoghi (come la sua casa natale): cose che lo facevano star bene.

Gianfranco Ferré - P/E 2001
Gianfranco Ferré - P/E 2001
Gianfranco Ferré - 1999 - Ph. Matteo Ferrari
Gianfranco Ferré - P/E 2001
Gianfranco Ferré - P/E 2001
10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da Lei?

Anche la mia casa è frutto della sua visione, anche di discussioni, ma soprattutto di oggetti che sono stati disegnati e pensati da lui e per questa ragione ne sono doppiamente affezionata. Tra questi c’è un tavolo, creato da Gianfranco, con una lavorazione estremamente complicata che ha fatto “impazzire” l’artigiano che l’ha creato… Oppure la pesantissima (più di 10kg) scultura-testa di un soldato pre-romano che aveva trasportato per me in valigia da San Francisco sino a qui…

Tavolo disegnato da Gianfranco Ferré

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