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Caleido intervista Paula Cademartori designer

Caleido intervista Paula Cademartori, designer di origini brasiliane, fondatrice e direttrice creativa dell’omonimo brand. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

 

Diario di: @paulacademartori

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Ph. Lucas Possiede
1. Quando ha capito di voler diventare una designer? In quel momento cosa significava per lei questa professione? E se dovesse ri-definirla ora, come lo farebbe?

Sin da quando ero una bambina, forse inconsciamente… Sono figlia unica, quindi spesso giocavo da sola e, guardando i miei giocattoli, sebbene fossero bellissimi, non mi bastavano davvero. La cosa che più mi divertiva era prendere delle scatole da scarpe e costruirvi dentro dei set-up: delle case a misura di bambola, dotate di tavolo, vasi e tutti gli interni progettati nel minimo dettaglio. Costruivo un vero e proprio mondo, il “mondo di Paula”: gli altri non potevano vederlo, ma nella mia testa era perfettamente reale. Da quel momento ho capito che mi sarebbe piaciuto creare. Poi sono cresciuta, e con me maturava l’interesse nei confronti dei designer brasiliani, degli architetti, dei fashion designer del mio Paese. Amavo i loro “mondi”, e questo mi ha portato a scegliere di studiare industrial design (contro la volontà della mia famiglia). Non è stato facile entrare all’università, perché in Brasile c’è il numero chiuso e le persone sono tante ma i posti pochi. È stato proprio all’università che ho cominciato ad innamorarmi del prodotto, e soprattutto dell’approccio progettuale del design industriale, che parte sempre dalla funzionalità. Quello della “funzione” è una vera e propria ossessione, è proprio uno schema mentale che mi contraddistingue… Posso dire che tutto ciò che ho creato nel mio percorso lavorativo e di vita è stato fortemente influenzato da questo modo di vedere il design e la creatività: funzionalità-in-primis.

Paula da bambina
Paula da bambina
Ph. Lucas Possiede
2. Da designer di calzature ha poi spaziato in altri ambiti, sempre mantenendo uno stile fortemente riconoscibile. Da dove inizia quando crea qualcosa? Ci sono dei rituali creativi che la accompagnano nel suo lavoro?

Parto sicuramente dalla musica, per me è indispensabile. Sono una persona molto emotiva, quindi quello che spesso accade è che mi faccio prendere da un turbinìo di sentimenti contrastanti tra loro, una sorta di trans emotiva [sorride]: sorrido, piango, mi faccio prendere dall’ansia. Ma alla fine di tutto, quello che mi piace di più è fare qualcosa che mi diverta, che mi trasmetta qualcosa. Come rituale, ascolto la musica, medito, piango, un mix&match di emozioni. Credo inoltre nella cristalloterapia e nella meditazione. Sono dell’idea che la vita che viviamo è molto corta, e quindi il tempo che trascorriamo qui assieme, su questa Terra, debba essere vissuto al meglio, intriso di “vibrazioni alte”, di “good-vibes” che possano farci raggiungere la felicità e generare in noi dei buoni propositi. Questo è molto importante, e si riflette tantissimo nel lavoro. Mi piacerebbe, tramite le mie creazioni, trasmettere anche agli altri il mio punto di vista sulla vita. Per esempio le ceramiche per me rappresentano tanto, ho un rapporto molto particolare con loro, a volte mi capita addirittura di salutarle la mattina. Capisco che è una cosa complicata da comprendere, ma è un processo molto introspettivo, che non so spiegare bene, è molto ispirazionale… Non riesco ad esprimere a parole cosa accade dentro di me. Per me gli oggetti non sono dei semplici oggetti inanimati, devono riuscire ad incuriosire le persone, portarle ad osservarli e a farsi delle domande.

The Eclectic Yard - Limited Edition Capsule Collection
3. Lei è un esempio di eclettismo: come designer ha collaborato con Nike, Kartell, Atelier Biagetti, Bitossi… È corretto definire il design come qualcosa di “fluido”?

Dipende…. Se un designer ha davvero una visione profonda e radicata, e delle competenze trasversali e approfondite allora può cimentarsi – con umiltà e grande predisposizione all’approfondimento – in molteplici merceologie. Ma ciò non è affatto scontato, il problema è che non tutti hanno visione e competenze per poter fare tutto. Sono poche le persone che riescono ad essere coerenti e a fare progetti rilevanti applicati a diversi ambiti del design. Il concetto di fluidità creativa è poeticamente bellissimo, ma davvero per pochi. Ciò che noto è che oggi tanti sedicenti designer non sono in realtà dei designer, ma delle persone creative, dotate magari di gusto, e che hanno una passione. Il che va benissimo, ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole e ciò che ama, ma per essere designer non basta la passione, serve competenza. Io ho talmente tanto rispetto per il prodotto, che talvolta sono terrorizzata all’idea di banalizzare qualcosa. Questo però non è un sentimento comune.

Special print in collaboration with @bitossihome and @funkytable_milano
Parva Repono 2019
4. Quali crede siano i cambiamenti più profondi che la società contemporanea sta vivendo? Quali sono le questioni che le stanno più a cuore?

Sicuramente la questione relativa alla fisicità dello spazio, dalla distanza alla presenza (fisica), che a causa del Covid è totalmente cambiata. E i designer dovranno molto interrogarsi su questa nuova consapevolezza, per progettare oggetti che rispondano alle conseguenti esigenze. C’è poi un tema legato alla salute mentale: con il confinamento abbiamo vissuto intensamente le nostre case, sperimentando quanto un ambiente in cui ti senti bene sia fondamentale per il benessere psicologico.

B-Loom collection
The Arianna FW2016
5. Dopo un periodo di partnership strategica con OTB, ha riacquisito il controllo totale del brand; tornando quindi ad essere un’imprenditrice indipendente. Come ha vissuto questo doppio cambiamento? Se dovesse scrivere sul Caleido Diary qualche appunto su questa esperienza, cosa scriverebbe?

Scriverei dei messaggi alla Paula lettrice… Alla Paula che ha fondato il marchio le ricorderei quanto ciò che ha costruito sia stata l’avventura più bella mai immaginata, con tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Alla Paula nel gruppo OTB direi che è sempre importante imparare qualcosa dagli altri, in ciascuna situazione, e le farei notare quanto quest’esperienza l’abbia fatta crescere, nonostante le complicazioni che un’operazione come questa ha comportato. Alla Paula di oggi direi invece che non bisogna mai smettere di sognare. Oggi mi trovo davanti ad una pagina bianca da poter scrivere facendo ciò che amo, e potendo dare la mia visione nelle cose.

Chiara Ferragni with Paula Cademartori handbag - The Petite Faye
6. Nei momenti nei quali è sola, qual è un disco che la fa viaggiare con la mente? Preferisce Spotify o i Vinili?

Spotify, perché solo digitalmente posso archiviare tutte le mie playlist. Il mio rapporto con la musica è viscerale, essa è una parte di me. La musica e il suo ritmo mi permettono di lavorare in un certo modo. È la parte più importante del mio processo creativo, essenziale. Spotify mi ha cambiato la vita, perché tanti miei dischi sono rimasti in Brasile e quindi per me è molto comodo perché in questo modo sul telefono riesco ad avere tutto ciò di cui ho bisogno. C’è, in particolare, una canzone brasiliana degli Anni 80, della quale in questo periodo non riesco a fare a meno; si chiama “Dancin’ Days” del gruppo Frenéticas, e ciò che adoro maggiormente è il suo testo. “Apri le tue ali, vai a divertirti e portami con te nel tuo sogno più pazzo, bello, libero e sciolto”. Cosa c’è di più positivo di questo?

Art Graphic Design by @paoloproserpio
"Grande" designed by Paula for the Volta Collection
Paula Cademartori bag
Ph. @federicociamei
7. Se dovesse immaginare una “impossible conversation” (cfr. Prada), con che persona le piacerebbe dialogare? Quale sarebbe la prima domanda che le farebbe?

Ci sono tantissime persone con le quali mi piacerebbe avere una conversazione (impossibile, perché non fanno parte del nostro tempo)… Un mio sogno sarebbe quello di sedermi ad un tavolo con Karl Lagerfeld, adorerei poter parlare di qualunque cosa con lui. Un’altra persona con la quale mi piacerebbe parlare è Lina Bo Bardi. Mi affascina la “Casa di Vetro” da lei creata, mi piacerebbe chiederle cosa ha pensato quando l’ha creata. La terza persona che vorrei conoscere è Niki de Saint Phalle, l’ideatrice del “Giardino dei Tarocchi” che si trova a Capalbio, nella maremma toscana. Lei ha costruito delle strutture enormi fatte di specchi e nel farlo ha preso ispirazione dal “Parco dei Mostri” che è a Bomarzo, in provincia di Viterbo. L’ultima persona infine sarebbe David Austin, il più noto creatore inglese di nuove specie di rose. Creare un fiore deve essere bellissimo, immagino sia una sensazione davvero divina

B-Loom collection
Ph. Lucas Possiede
8. In uno scenario immaginario, se dovesse investire su un altro designer, su chi ricadrebbe la sua scelta? Perché tale scelta?

Non ho un nome preciso, ma in generale mi piacerebbe investire su persone che fanno del bene. O in ambito naturale, o medico. Per esempio c’è un nuovo creatore di rose, con il quale mi piacerebbe veramente tanto poter collaborare. Oppure investire su un servizio tecnologico finalizzato a farci stare meglio, magari un device in grado di aiutarci con le questioni mediche importanti relative alla nostra salute quotidiana.

Ph. @jane_how
9. Qual è una persona che, nel corso della sua vita, ha segnato un tratto della sua personalità che ad oggi ritiene che la contraddistingua? Come lo ha fatto?

Mia nonna materna, che mi ha educata e cresciuta. È grazie a lei che oggi sono come sono… Lei è una grande donna, che mi ha insegnato ad essere forte. La ringrazierò sempre per l’esempio di empowerment femminile che mi ha sempre dato. Porto sempre con me il suo più grande insegnamento: “Se vuoi qualcosa, devi lavorare tanto per ottenerlo”.

Ph. @albertozanetti77
"Grande" designed by Paula for the Volta Collection
10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da Lei?

Le ceramiche. In particolare una di queste, un pappagallo verde, al quale ho addirittura dato il nome, si chiama John. Ogni volta che lo vedo mi emoziona, ed è quell’emozione di quando si arreda casa per la prima volta, di quando si inizia a crescere.

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