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Caleido intervista Matteo Giuntini artista

Caleido intervista Matteo Giuntini, artista italiano. Un creativo e pittore eclettico, interprete del mondo contemporaneo. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

 

Diario di: @matteogiuntini

caleido intervista matteo giuntini artista
@matteogiuntini
1. In che momento ha davvero realizzato di essere un artista? Come si diventa un artista professionista nel mondo contemporaneo?

Nel corso degli anni ho maturato la consapevolezza che sarei riuscito a fare bene solo ciò che sentivo dentro. Al termine degli studi, un pò per senso del dovere e un pò per circostanza, tentai altre strade, come quella di lavorare nell’azienda di famiglia (in ambito alimentare). Dopo poco tempo capii che quella non sarebbe stata la mia occupazione definitiva; e così, anche in accordo con i miei genitori, mi presi un periodo di pausa da quella attività. Una sorta di “aspettativa” che perdura tutt’oggi. A farmi scattare l’idea che la pittura sarebbe potuta diventare la mia professione, è stato l’“incontro” con un luogo speciale, a Livorno. Sfogliando un giornale venni infatti a conoscenza dell’esistenza di una struttura originaria del ‘700, adibita a studi d’artista per volere del suo proprietario originale. Un posto atipico, vicino al mare, nel quale convivevano 28 pittori. Quel luogo, che potremmo definire “accademia della storia”, mi permise di vivere un’esperienza di vita unica: tramite la pittura iniziai infatti a “scavare” dentro me stesso per approfondire ciò che vi albergava. In questo processo di esplorazione interiore, capii anche un’altra cosa; ovvero che per fare questo mestiere (e lo voglio chiamare così perché lo considero un lavoro “vero”) serve molto tempo. Un artista deve infatti disporre di tutto il tempo necessario per osservare la realtà, indagare il suo io profondo, pensare, approfondire e creare.

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@matteogiuntini

2. Il nostro primo “incontro” è stato a Milano, attraverso una sua opera esposta in una galleria. Poi ho salvato le immagini dei suoi quadri nel mio telefono, ed infine ho acquistato un’opera. In pratica l’ho conosciuta molto tempo prima di incontrarla. Che sensazioni le provoca il fatto di essere conosciuto senza conoscere a sua volta?

Capita molto spesso che le mie opere vengano conosciute per prime; e dunque, il primo appuntamento (quello dove “si rompe il ghiaccio”) avviene quasi sempre in una galleria d’arte o in un evento. Questa forma d’incontro, che precede quella di persona, rappresenta per me un valore aggiunto in quanto credo che le opere di un artista siano la vera faccia di se. Conoscermi tramite i miei lavori diventa dunque un modo per vedermi sotto una luce reale, anticipando un incontro fisico. Con i miei committenti ho un rapporto spesso molto stretto anche grazie alle piattaforme digitali, che ci permettono di costruire e progettare insieme nonostante la distanza. Da questi incontri virtuali possono nascere dei rapporti molto intensi, di valore, che si trasferiscono in una dimensione fisica. Le piattaforme digitali diventano dunque uno strumento per facilitare l’interconnessione tra le persone, dalle quali possono scaturire lavori meravigliosi ed inaspettati.

3. In che periodo si trova?

In questo periodo sto riflettendo molto sulla Natura, con la “N” maiuscola. Non intendo la Natura solo nella sua accezione vegetale, ma la concepisco come un universo complesso che racchiude tutto il vivente: uomini, animali, vegetazione. Io in quanto persona, sono Natura. Tale visione della essa viene riproposta nelle mie opere, che parlano dei miei simili e delle loro azioni, trattando temi come l’erotismo, i rapporti tra uomini o tra donne, i rapporti tra animali. Pur affrontando questi ambiti, nei miei lavori non emerge mai un suggerimento interpretativo, né un giudizio. Amo la Natura a 360 gradi, incluse le sue accezioni più animalesche e selvagge.

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@matteogiuntini
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@matteogiuntini
4. Per capire al meglio la sua arte, quali sono delle reference che dovremmo conoscere?

Dal punto di vista pittorico, sono molto attratto dalle pitture medioevali, dai graffiti rupestri, dall’arte preistorica, dai vecchi erbolari e dalle forme d’arte che includono una componente materica. Catturano la mia attenzione le opere che hanno un’anima mistica, come gli antichi trattati sulle piante e tutta la letteratura pagana dove emergono riti e rituali enigmatici, a volte anche grotteschi. In aggiunta, allontanandoci dall’arte pittorica, sono attratto da tutti quegli oggetti apparentemente “strani”, come ad esempio i macchinari con ingranaggi ingarbugliati e gli oggetti agricoli in disuso per fare degli esempi. Tutti questi elementi, così eterogenei tra loro, generano una sorta di “sugo”: un condimento realizzato grazie alla combinazione di tanti ingredienti diversi, a cui io di volta in volta attingo per costruire nuove storie. Rimanendo legati a questo parallelismo con il mondo della cucina, posso dire che la ricetta del mio piatto è sempre frutto della sperimentazione. Ma per sperimentare occorre tempo (quel tempo del quale parlavo prima), e solo dedicandoti interamente al proprio lavoro ne capisci il suo valore. Dico questo perché a volte occorre anche scartare qualcosa su cui si è già lavorato, per riniziare tutto daccapo.

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@mattiagiuntini
5. Per un artista la riconoscibilità stilistica è un fattore chiave. Qual è la sua firma? Come si è evoluto il suo stile nel corso del tempo? Come ha raggiunto la consapevolezza di tale identità?

Un artista deve intrattenere un rapporto stretto con il suo passato. Quando oggi mi capita di riguardare alcuni vecchi lavori talvolta mi appaiono “acerbi”. In passato osservavo molto lo stile dei grandi maestri (come Basquiat e il suo rivoluzionario segno) dei quali cercavo di assimilare tutto il possibile in modo vorace. Con il tempo e il coraggio di esplorare “strade” ignote, sono riuscito ad evolvere il mio stile grazie ad un processo di rielaborazione che mi consentisse di “mangiare”, “digerire” e “sputare” il superfluo. Questa evoluzione è stata l’apripista per maturare una mia cifra stilistica, che comprende elementi come l’utilizzo di superfici sporche e segnate dal tempo, la stratificazione e l’impulsività. Il mio è un lavoro in continua evoluzione, un work in progress, in quanto frutto di una serie di passaggi in successione: inizialmente “aggredisco” la superficie in modo impulsivo, poi mi rilasso e recupero una sorta di equilibrio che mi permette di procedere con l’osservazione e la rifinitura.

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@matteogiuntini
6. Nella sua narrazione, spesso parla anche della “noia”. Un sentimento che personalmente tendevo a combattere, mentre di recente amo accogliere nel mio io profondo. In che modo la noia fa parte della sua persona?

Per un periodo fui terrorizzato dalla noia, perché la percepivo in modo negativo. Poi invece capii che essa può essere un motore incredibile: la noia genera infatti nuove cose. Nella noia risiede una forza unica, recondita, che si attiva nell’istante stesso in cui qualcuno inizia a combatterla. Quella contro la noia è una battaglia ciclica, parte di una guerra destinata a durare per sempre, che amo affrontare a più riprese. Il libro “La noia” di Alberto Moravia è stato per me rivelatore, ne parla in modo meraviglioso facendomi capire che, anche grazie alla noia, siamo essere umani, vivi. Oltre a quella contro la noia, c’è anche un’altra battaglia che sto combattendo tramite le mie opere. Detesto la discriminazione: sia essa di natura razziale o sessuale, espressa in forma superficiale o più profonda. Con i miei lavori cerco di far capire da che parte sto, ovvero da quella della Natura e degli esseri umani, liberi di esprimere le loro personalità. Non si può dire che la mia sia una pittura politica in senso stretto, ma sicuramente è una forma d’arte che celebra l’uguaglianza e la libertà.

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@matteogiuntini
7. Mi ha colpito una sua affermazione: “nell’intimità ci ritroviamo liberi, dove il domestico diventa selvatico ed il selvaggio si addomestica”. Amante io della “bella forma”, ne sono conquistato. Ce ne parla?

Nel mio primo studio, a Livorno, iniziai il “processo di addomesticamento” di me stesso. Giorno dopo giorno prendevo una forma sempre più precisa, per poi trovare la cornice perfetta nella mostra “selva domestica”. Questa serie mi racconta a pieno in quanto rappresenta per me l’apoteosi dell’intimità, intesa come la capacità di una persona di recuperare il proprio spazio vitale nel quale liberare l’anima più selvaggia. Una necessità fisiologica, che ciascuno di noi esprime in una forma diversa: chi in cucina, chi tramite la fotografia, il canto o la regia. Quello sollevato da “selva domestica” è un tema che si è rivelato a dir poco attuale in questo 2020, nel cui lock down (causa Covid) è emerso allo scoperto un esercito di persone che si sono concesse il tempo di esplorare, senza ostacoli, le loro passioni, all’ interno del proprio spazio domestico.

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@matteogiuntini
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8. Cambio di ruoli: lei diventa il gallerista che deve presentare le sue opere. Da quale inizierebbe? Come la racconterebbe?

Partirei da “il viaggio dell’uomo con i peli”. È una grande opera monocolore (bianco su bianco), di 2x3m, realizzata con la tecnica dell’incisione con un punteruolo. Succede sempre così: dopo un periodo nel quale eseguo molti lavori ricchi di colore, torno alla purezza del bianco per “disintossicarmi” e “ricaricarmi”. Dedicai quest’opera a mio padre, un mese dopo la sua scomparsa. Quando la realizzai, sentivo il bisogno di graffiare, di “aggredire” la superficie, e così feci. Il concepimento di quell’opera fu il frutto di un viaggio a ritroso, che mi fece riaffiorare alla memoria un episodio di vecchia data: andavo a scuola a piedi assieme ad un amichetto, il quale mi sfidava a gara di <<mio papà ha anche questo/quello… e il tuo?>>. Io, a volte, nel dire di no mi sentivo a disagio e quindi inventavo cose che in realtà mio papà non aveva. Finché un giorno fui io a rovesciare il discorso, zittendolo definitivamente: <<Il mio babbo ha i peli… e il tuo? È calvo, non li potrà mai avere>>. Quella scena rimase per sempre fissata nella mia memoria, facendomi immaginare il viaggio che mio padre avrebbe compiuto verso chissà quale vita. L’opera non è mai stata esposta, in quanto parte privata della mia storia.

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@mattegiuntini
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9. Qual è un disco che la fa stare bene? Uno di quelli che ascolterebbe in loop, e che ci suggerisce di acquistare in vinile o aggiungere alla nostra playlist musicale? Lei è un tipo da vinile o Spotify?

Nella mia vita convivono sia Spotify che i vinili. Per me la musica è quell’ingrediente speciale che mi permette di ritrovare l’energia vitale temporaneamente perduta. Mettere su un dico o cercar brani su Spotify è la prima cosa che faccio ogni mattina appena entro in studio. Il primo disco che comprai con i miei soldi fu “Boogadaboogadaboogada!” del gruppo punk statunitense Screeching Weasel. Era il ’92 e la musica divenne presto una delle mie grandi passioni, tanto da portarmi a suonare punk rock per 10 anni. Poi, la piastra del lettore si ruppe e, per la sola pigrizia di non ripararla, mi privai del piacere di ascoltare un vinile. Dopo 15 anni di privazione involontaria, ho riparato la piastra e riascoltato proprio quel primo disco: è stato un momento dirompente, emozioni e ricordi rimasti sepolti dentro di me per troppo tempo si sono materializzati ed ho Realizzato in quel momento quanto mi mancasse il gesto dello scartare un disco, del tenerlo in mano, di girarlo, leggerne il pack, sentire il rumore della puntina sulla piastra. Sono un grande amante delle piccole cose, quelle semplici, le migliori…per me.

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@matteogiuntini
10. Qual è un oggetto della Sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da Lei?
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La vasca da bagno. Immergermi in una vasca piena d’acqua è un momento catartico. In acqua e schiuma ho studiato, preparato esami, fatto aperitivi, deve essere spaziosa e potermi offrire la sensazione dell’immersione totale. Questo gesto mi riporta all’archetipo della placenta, in quanto mi suggerisce una sensazione avvolgente. Quando rientro a casa la sera, molto spesso la prima cosa che faccio è aprire l’acqua della vasca ed immergermi, per me è un rituale rigenerativo.

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