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Caleido intervista matali crasset designer

Caleido intervista matali crasset, designer francese. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @matalicrasset

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Ph. Julien Jouanjus
1. Nel suo lavoro la ricerca e lo scounting sono fondamentali, sia per disegnare qualcosa di completamente nuovo che per ri-disegnare oggetti di uso quotidiano. Come avviene questo processo di scouting? Come si struttura il suo metodo creativo?

Il mio lavoro di designer è il crocevia tra pratica artistica, antropologica e sociale. Il primo passo di ogni progetto è l’analisi del contesto e l’approfondimento dei principi del committente per definirne i contorni, le aspettative in termini di contributo sociale, di ancoraggio locale, di riflessione e prospettiva e per determinare il cursore di innovazione del progetto: innovazione sociale, innovazione artistica, innovazione ecologica… Per ogni progetto, sviluppo una metodologia su misura con strumenti idonei a quella specifica situazione. Analizzo attentamente le risorse del cliente o del suo ecosistema. L’uso di talenti locali, l’uso di laboratori comunali, l’approccio partecipativo, l’integrazione di laboratori di reinserimento professionale o la creazione di laboratori con le scuole… Tutte queste possibilità si sviluppano nei limiti del progetto, della scadenza e delle sue esigenze, facendo di ogni progetto un’avventura collettiva particolare e singolare.

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La prima casa nel bosco, Le Nichoir (la casa per gli uccelli) per Vent des Forêts. Ph. Sébastien Agnetti
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Le fenouil per l'inaugurazione dell'ospedale @culturechuangers, 30 settembre 2019. Ph. Philippe Piron
2. Le sue creazioni sono esposte in luoghi “sacri” per il design, come al Centro Pompidou, al Museo delle arti decorative di Parigi e al MoMA e sono definite da molti come delle vere e proprie “icone”. Cosa crede che definisca l’iconicità di un pezzo di design? Quando possiamo parlare di pezzo iconico?

Se prodotti come “Quand Jim monte à Paris” (un letto a colonna creato per gli editori e produttori francesi Domeau & Pérès) e “Digestion” (un pouf editato da Edra) sono stati esposti nelle collezioni museali, è senza dubbio perché questi sono progetti che si allontanano dalla rappresentazione stereotipata o standardizzata di un semplice oggetto, sia esso un letto per gli ospiti o un pouf. Jim appartiene agli “amici di matali”: una gamma non di oggetti-amici ma di oggetti “di” o “per” i miei amici. Questa ricerca è stata sviluppata nel 1995 in parallelo alla mia attività all’interno di Tim Thom, il centro di design integrato di Thomson multimedia. All’epoca, ero piuttosto reticente a creare mobili. La forma non è la mia preoccupazione principale: i miei mobili infatti si basano su concetti inediti e non su giochi di doppie funzionalità. Indagano infatti nuove abitudini d’uso. Mentre il nostro “guardaroba” è cambiato nel corso del tempo, i nostri mobili sono ancora in molti casi fermi a quelli dei nostri nonni. Le domande che mi motivano quindi sono: come possiamo ripensare da zero all’habitat abitativo? Come possiamo integrare ospitalità e generosità nel nostro ambiente? Come pensare ai piccoli spazi? Ho deciso di adottare l’approccio opposto alla mia pratica “quotidiana”, che era quella di sviluppare prodotti per i mercati globali; ho quindi deciso di creare una serie di oggetti che prendessero come base le specificità dei miei amici reali o immaginari. Si trattava ad esempio di proporre un’alternativa al divano letto. Il divano convertibile è per me un’idea inaccettabile perché il più delle volte manca di “generosità”. Volevo ideare un oggetto realmente pensato per il mio amico Jim, che non fosse solo un oggetto per il breve tempo della sua visita a Parigi. Jim è una risposta alle condizioni anguste degli appartamenti parigini, per dare la migliore accoglienza possibile ad un amico, nonostante non si disponga di una camera per gli ospiti.

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Quand Jim monte à Paris, 1995. Ph. Patrick Gries, courtesy Domeau & Pérès
3. Dopo molte esperienze ha aperto il suo studio, collocato nel cuore del distretto parigino di Belleville (vorrei venire a visitarlo). Da imprenditrice, come ha organizzato il suo studio?

Nel 1996 Alain Juppé, allora primo ministro del governo di Jacques Chirac, propose di vendere Thomson Multimedia per un simbolico franco. Il contratto di Philippe Starck, che era direttore artistico di Thomson multimedia, per il quale lavoravo, si arrestò, lavorai all’interno della sua agenzia su dei progetti di esposizione e il catalogo Good goods, ma dopo aver diretto una squadra di 25 persone alla Tim Thom di Thomson multimedia, l’energia non era più la stessa. A quel punto ho deciso di volare da sola e, per quanto possa sembrare strano, sono arrivate proposte in campi che non sono i miei, come la scenografia, architettura d’interni… Clienti audaci, vedendo in “Jim” [vedi risposta precedente] la mia capacità di capire uno spazio, si sono fidati di me… e poi mio marito Francis mi ha accompagnato in questa avventura, liberandomi dal carico amministrativo.

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Dar Hi, 2011, eco lodge, Nefta, Tunisia. Ph. Marina Denisova per IGNANT

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Dar Hi, 2011, eco lodge, Nefta, Tunisia. Ph. Marina Denisova per IGNANT
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Dar Hi, 2011, eco lodge, Nefta, Tunisia. Ph. Marina Denisova per IGNANT
4. Lei viene definita un’attenta osservatrice delle consuetudini, per metterle in discussione e superarle nel modo migliore. Dopo tutti questi anni di lavoro, che cos’è che continua a incuriosirla/stupirla, oggi come il primo giorno? Qual è un aneddoto, in questo ambito, che ricorda con maggior intensità?

Il mio progetto è stato spesso definito come “antropologia applicata”. È il design che si interseca con la vita reale. Osservo e traduco le mie sensazioni e intuizioni in scenari d’uso e di vita. Ciò che mi intriga è la vita e il modo in cui la viviamo. E posso solo constatare che le evoluzioni sono lente. Già nel 1952 Nanna Ditzel sottolineava questa istituzione anacronistica che è il design dei mobili. “Un giorno, quando io e Jorgen Ditzel eravamo al lavoro, stavamo parlando di possibili modi per progredire, allontanandoci dalle convenzioni. Un mobile che è composto da un divano e due poltrone può essere la finalità di una linea di mobili? Abbiamo contato il numero di gambe che sostengono i mobili nel nostro modesto soggiorno e siamo arrivati a circa 50. Poi siamo saliti sul tavolo della cucina e, da quella prospettiva, tutto sembrava completamente diverso”. Cambiare il proprio punto di vista, vedendo le cose dall’esterno e avere un’altra prospettiva, non è questa la forza delle donne nel design?

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Drawing from Les trognes, 2020, collection The Drawing centre, publisher Les Presses du Réel
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Les trognes, 2020, collection The Drawing centre, publisher Les Presses du Réel - Osez le décollage, 2020, ceramic, édition of 3, Consortium museum édition, © consortium museum shop
5. Ha lavorato con molti brand del product design. Se dovesse disegnare qualcosa in un ambito diverso (come la moda o la gioielleria), in che cosa le piacerebbe cimentarsi? Quale sarebbe il risultato?

Non ho sogni, mi lascio trasportare da quelli dei miei clienti che spesso sono delle persone eccezionali. Ma, del resto, senza di loro come avrei potuto immaginare di creare un museo mobile d’arte contemporanea, una torre colombaia [una sorta di torre piccionaia, ndr] con funzione didattica, un hotel ai margini del deserto, delle case nel bosco, un progetto con Peter Halley o una scenografia con Germano Celant o Piere Lapointe? Al di là della funzionalità, che è un requisito minimo, grazie ai progetti che porto avanti, immagino questo lavoro sempre più come quello di un’ostetrica. Si tratta sempre meno di plasmare la materia – l’estetica – ma piuttosto di far emergere, combinare, e organizzare dei legami e reti di competenze, complicità e socialità attorno a delle intenzioni e valori comuni. La maggior parte dei progetti a cui lavoro evidenziano questa dimensione di lavoro collettivo e collaborativo. Penso al progetto “Maison des Petits” al 104 di Parigi, alle case nel bosco per il “Vent des forêts a Fresnes au Mont nella Meuse”, alla scuola “Le blé en herbe” a Trebedan, in Bretagna con la Fondation de France, al “Dar’hi” a Nefta, in Tunisia o alla futura fattoria “HI bride”. Quindi c’è una dimensione sempre più locale che mi interessa molto. È chiaro che la contemporaneità non è più l’appannaggio esclusivo del mondo urbano. Certo, disegno anche oggetti, ma gli oggetti non sono né il centro né la fine del processo creativo: essi sono una possibile attualizzazione, tra le altre possibili in un preciso momento (un’architettura, una scenografia, una mostra…) di un sistema di pensiero più allargato.

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Capsule, Caudry - nuovo prototipo di piccionaia che unisce estetica, funzionalità e dimensione pedagogica. Ph. André Morin, Fondation de France
6. Nel suo percorso di vita ha incontrato molte persone (amici, professionisti, artisti, musicisti). Quali sono quelle che hanno maggiormente plasmato il suo approccio?

Sono vicina ad artisti che non sono impegnati nella pratica del design, probabilmente perché il design è un settore dove la concorrenza è la regola. Purtroppo, i designer non lavorano insieme molto spesso. Ma questo non mi impedisce di lavorare con un cantante, con uno scrittore, con un teorico del design, con un ceramista… L’indipendenza e la libertà sono valori che amo, questa è la lezione che ho imparato da Bruno Munari.

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Le rainbow et le bosquet, appartamento privato, Parigi. Ph. Jean-François Jaussaud
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Le rainbow et le bosquet, appartamento privato, Parigi. Ph. Jean-François Jaussaud
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7. Quali sono delle battaglie sociali che la appassionano? In che modo vi si approccia?

Preferirei parlare di problemi piuttosto che di battaglie, ma la lista è così lunga… La questione della povertà, come possiamo vedere qui in Francia con le code di studenti e giovani con la pandemia alle mense dei poveri, l’accoglienza dei rifugiati politici e le questioni climatiche sono dei temi cruciali che riguardano la convivenza. Come designer non posso che mettermi a disposizione della comunità.

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Ph. @raphaellugassy

8. Quali crede siano dei macro-trend che la società contemporanea sta sottoponendo ai designer e creativi? Quale la appassiona con maggior energia?

Non sono un’indovina, ma sono molto interessanti i temi della ruralità, dove gli abitanti delle megalopoli stanno riscoprendo la natura, il rapporto con la terra, con il suolo, o con ciò che ne rimane… Per la mostra “Places to be” alla fondazione Martell, ho voluto parlare del nostro rapporto con il cibo, con la terra, con la nostra microflora… La cucina diventa il luogo di transizione e il luogo della nostra volontà-necessità di costruire un rapporto nuovo con il mondo, e più precisamente con la terra. Il suolo è, infatti, un super-organismo che mangia e respira.  Proprio come il nostro sistema digestivo che rende il nostro cibo assimilabile per le nostre cellule. Se ci prendiamo cura del suolo, coltivando piante sane, queste in cambio proteggeranno la nostra microflora.

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Stool per L’archipel tonique, 1% artistique, at ENS Paris Saclay, prodotto da Mac Mobilier. Ph. Philippe Piron
9. Caleido nasce come un Diario. Lei è solita annotare dei pensieri o dei ricordi, magari in un Diario? Che genere di pensieri si annota? Quali sono i 3 pensieri/insegnamenti di vita che vorrebbe che i suoi figli leggessero?

Recentemente, durante la prima pandemia, ho tenuto una specie di diario dei miei pensieri attraverso il disegno. Mi sono ritrovata a disegnare migliaia di pagine di quaderno… Ho imparato a coltivare i miei “campi”, non quelli che coltivavano i miei genitori nella mia infanzia, cercando di trovare nuovi metodi di “coltivazione” senza “attrezzi”, senza macchine che scavassero la terra, né danneggiassero la vita… Coltivavo i campi nella mia testa, senza capire all’inizio che era proprio lì lo strumento principale. Rifiutando, quindi,  gli strumenti preconfezionati e diffidando del disegno stesso per materializzare le idee. Un disegno che, in fin dei conti, ti può bloccare. Per disegnare infatti bisogna scegliere a priori che cosa abbozzare, mentre io preferisco lasciar vagare liberi i pensieri e magari ritornare sulle cose in un secondo momento. Il disegno non svanisce, è difficile strapparlo e andare nella direzione opposta. Un disegno diventa spesso un vicolo cieco. Ho sviluppato una ginnastica di pensiero intorno ai progetti, più ne fai, più sono diversi e più sei agile. Un lavoro in cui ci si può prendere il tempo di pensare, di far sedimentare le cose, di estraniare se stessi per vedere meglio il tutto, di far nascere dal proprio intimo un’intenzione in funzione del contesto e di chi ne è coinvolto. Faccio lo stesso lavoro di mio padre, di mia madre, ma in modo diverso… si tratta sempre della vita delle persone, solo che a cambiare sono gli ecosistemi. È la logica che spinge l’uomo a stabilirsi, a trovare una sua dimensione, perché nonostante le diversità c’è sempre qualcosa di comune che ci lega. L’unica lezione che voglio insegnare ai miei figli è quella dell’autonomia.

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L’archipel tonique, 1% artistique, ENS Paris Saclay. Ph. Philippe Piron
10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?

L’ “oggetto” del mio cuore è Francis, con cui ho condiviso la mia vita per 35 anni.

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Ritratto di Francis (marito di matali crasset) disegnato dal loro figlio Arto Fichot, tratto da un'immagine che risale a quando Francis aveva 20 anni.

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