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Caleido intervista Lidewij Edelkoort

issue #19: awareness

L’intervista su Caleido a Lidewij Edelkoort, una delle più famose trend forecaster del mondo e fondatrice di Trend Union, è la cover story della Issue #19, intitolata: Awareness. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @lidewijedelkoort

Ph. Thirza Schaap
1. Potremmo definirla un’archeologa del futuro. In un’intervista ha detto “colleziono informazioni estrapolate dalla società di oggi, dalla strada, che siano dei brani, dei video, un colore, un poster, un gusto, un profumo. Alcune cose colpiscono i miei occhi e le vedo tornare ancora e ancora. Tutti nel tempo ci costruiamo un archivio interiore, quasi sempre inconscio. Io ne sono semplicemente più consapevole”. Come avviene, in pratica, il suo lavoro? Per quanto tempo è dovuta essere un’archeologa del passato prima di diventare un’archeologa del futuro?

Prevedo le tendenze utilizzando il mio intuito, ora più che mai. Nel corso degli anni ho allenato il mio intuito come se fosse un muscolo; in qualche modo esso migliora ogni anno nel prevedere il futuro. Questa consapevolezza, unita ad un’acuta capacità di osservazione a livello socioculturale, è maturata sin da quando ero adolescente. All’epoca, partecipai ad un concorso per disegnare un costume di carnevale. Il mio schizzo raffigurava un vestito estremamente corto, con un paio di pantaloncini corti sotto, e una fascia diagonale sul corpetto con la parola carnevale scritta in grassetto. Non avevo mai immaginato nulla del genere prima, quindi era un disegno assolutamente inedito. Ma i giudici, dei giornalisti di moda, ne rimasero estremamente sbalorditi. Avevano visto di recente dei capi dalla foggia simile sulle passerelle, ed erano davvero stupiti nel constatare che una ragazza, che viveva in mezzo al nulla, avesse potuto cogliere l’ultima tendenza. Non vinsi il premio, ma mi incoraggiarono a sviluppare questo talento di previsione e a trasformarlo in una professione… E così feci! All’età di 21 anni entrai in un grande e famoso magazzino di Amsterdam come coordinatrice e forecaster di moda. A quel tempo (nel 1971) previdi che l’abbigliamento per il tempo libero sarebbe diventato importante e che avremmo dovuto avere anche delle taglie più inclusive; proposi infatti l’apertura di una boutique per le taglie forti! Tutte queste prime previsioni si sono poi avverate… Un altro esempio? Quando identificai i “tent dress” come il prossimo capo di abbigliamento alla moda, ne vendemmo centinaia di pezzi. Tuttavia, mi resi conto ben presto della necessità di vivere altrove per svolgere al meglio questa professione, e così mi trasferii a Parigi.

2. Nel suo lavoro, è orientata a “predire” un cambiamento nel lungo periodo anziché concentrarsi sugli “affari stagionali”. Una sorta di “oracolo”, che inevitabilmente evidenzia quanto qualcosa che oggi è palese, in realtà ai suoi occhi già lo era anni prima. Al di là dell’esperienza e di una componente di istinto personale, ci sono degli indicatori tangibili che possiamo utilizzare come metodo per distinguere un trend passeggero da una tendenza destinata a durare nel tempo?

Si potrebbe dire che sono sintonizzata sui processi di cambiamento universale del mondo; e dunque, più mi sintonizzo, più il mio istinto diventa fine, e quindi so capire quando qualcosa diventerà un vero cambiamento. Tengo le “antenne” alzate, studiando i concetti nascenti a livello globale, analizzando i riferimenti raccolti per interpretare il pensiero corrente e prevederne intuitivamente la traiettoria. Alcuni concetti si trasformano in grandi cambiamenti più rapidamente, ma le correnti culturali e sociali tendono a evolversi su lunghi periodi, impiegando forse diversi anni, o addirittura decenni, per diventare visibili.

L’istinto è un dono che tutti gli esseri umani possiedono, ma che la maggior parte di noi non usa. È fondamentale sapere che è possibile allenare l’intuito e che l’ingrediente più importante è la fiducia verso di esso. Io ho allenato il mio, proprio come alleno il mio corpo, e così sono in grado di captare chiaramente le cose molto prima che diventino evidenti a tutti. Non solo, oso affermare quello che mi suggerisce il mio intuito.

3. Durante la pandemia aveva dichiarato che: “da questo disastro emergerà un nuovo gusto, una certa idea di eleganza fatta di abiti che possono essere tramandati alle generazioni future. E questo accadrà anche perché avremo risorse scarse e dovremo condividere i pochi tessuti che all’inizio si potranno produrre. I designer dovranno usare gli stock esistenti per realizzare le loro idee. Improvvisazione: questa sarà la nuova regola del gioco”. Abbiamo colto questa opportunità di ricominciare costruendo una società completamente diversa, oppure l’abbiamo gettata via?

Sebbene gli ultimi anni siano stati pieni di immense perdite e tristezza, credo che la pandemia ci abbia dato l’opportunità di riscrivere le cose da zero. Alcuni pensano che stiamo tornando agli affari di sempre, ma in realtà stiamo vivendo un grande sconvolgimento della società. Le persone si allontanano dall’ambiente urbano, lasciano il lavoro e lavorano da casa, hanno bisogno di maggiore assistenza per la loro salute mentale e sono interessate a un design radicale. Ciò significa che le regole di prima non sono più valide, che una società fluida ha bisogno di forme completamente nuove di business, comunicazione, design e pensiero, aprendo la strada al consumo consapevole, alle connessioni umane e all’innovazione creativa radicale. È il momento di rischiare, e di spingere al massimo. Dopo tutto, ci restano solo pochi anni prima che i danni all’ambiente siano irreparabili. Questo non significa che smetteremo di consumare; credo che l’attivismo estetico sia potente e che la bellezza possa essere parte della guarigione di cui la società ha disperatamente bisogno.

4. Già con l’avvento dei social media e del live-posting, e poi con la pandemia, abbiamo assistito ad un’evoluzione di target e di scopo per molti dei sistemi che governavano il fashion e design system. Penso ad esempio alle fashion o alle design week… Quali sono le principali evoluzioni di questi “eventi collettivi”?

Se si parla di un’industria della moda con uno scopo bisogna fare attenzione perché c’è un dilagante green washing. Abbiamo bisogno che i marchi si assumano la responsabilità della loro sovrapproduzione e dell’inquinamento, ripulendosi come stanno facendo Eileen Fisher @eileenfisherny , Re;code @recode_ e molti altri. I social media sono serviti a far sentire le persone connesse, ma possono anche avere un effetto negativo e alienarci. Ho recentemente studiato questo isolamento nel mio ultimo Home & Lifestyle Forecast e stiamo davvero entrando in un’epoca nella quale, soprattutto i giovani, hanno bisogno di cure mentali. Un fenomeno che sta ispirando persino nuove tipologie di abbigliamento che includono capi e materiali lenitivi: ciò è noto come healthwear.

5. Del suo master “From Farm to Fabric to Fashion” al Polimoda, mi ha colpito l’approccio al tema, che viene presentato come qualcosa di assolutamente complesso e non scomponibile. Non si tratta solo dell’idea di una cultura circolare comune, ma è prima di tutto una presa di coscienza della vita nella sua essenza imprescindibile, che dà diritti ai materiali, così come agli animali, alle piante e agli esseri umani. Una piena coscienza dell’intero fenomeno e delle inscindibili relazioni tra cause ed effetto. Quali sono le caratteristiche delle figure professionali che escono dal suo corso? Il profilo di queste figure nasce esclusivamente da ciò che il Pianeta ci richiede (e quindi ci troviamo in uno step ancora iniziale) o da un’esigenza espressa delle aziende (e quindi siamo già in una fase avanzata)? Come si possono convincere i player del settore della necessità (immediata) di circondarsi di queste figure?

Il corso Farm to Fabric to Fashion prevede un approccio culturale che trasformerà gradualmente le persone in collezionisti e collaboratori piuttosto che in consumatori, individui che considereranno i beni come buoni, i cibi come festosi, gli oggetti come innati e l’artigianato come cultura. Questo deriva dal nostro insegnamento unico di antropologia tessile, archeologia, storia e teoria. Cerchiamo pensatori del tessile e della moda, non solo creatori di tessuti e stilisti. Ogni espressione sarà considerata e apprezzata, curata e ambita. Ogni fibra sarà rispettata, a partire dal primo semestre in cui gli studenti si concentreranno sull’essenza dei filati e dei materiali agricoli responsabili. Il design empatico sarà celebrato. Inviteremo i nostri laureati a comprendere intuitivamente il loro viaggio dalla produzione, al tessuto, alla moda. È il nostro tentativo di educare le nuove generazioni come avanguardia dello stile sociale e della cultura comune. Gli studenti lavoreranno con le industrie che sono convinte di dover entrare in una nuova epoca e creeranno i propri progetti e i propri marchi. Saranno specialisti dei materiali, una specialità rara al giorno d’oggi… Saranno designer del colore, architetti del filato, fanatici delle fibre e innovatori della moda, poiché la loro creatività deriverà dal loro pensiero tessile. Mi aspetto di forgiare una vera innovazione.

6. Crede che questo tipo di figure riusciranno ad interagire e ad integrarsi “felicemente” nel sistema, portando ad un’evoluzione della visione, oppure dovranno demolire quello che c’è ora per creare qualcosa di nuovo?

Alcuni di loro si infiltreranno nell’industria della moda e la sconvolgeranno, apportando cambiamenti passo dopo passo nelle aziende grandi e piccole. Questo includerà cambiamenti nel modo in cui le risorse vengono reperite perseguendo un senso di responsabilità e nel modo in cui i lavoratori vengono trattati con rispetto, oltre a insegnare ad un’ampia gamma di consumatori come ripensare il loro rapporto con l’abbigliamento. Ma il successo può essere definito anche dalle pratiche su piccola scala e dalla produzione artigianale, per cui ci aspettiamo che diversi individui diventino eroi ed eroine underground per le generazioni future, magari vivendo nelle regioni rurali, e percepiti come esempi creativi da emulare. Progetteranno capsule collection senza stagionalità, realizzate in fibre ecologiche, mostrandoci come possiamo “indossare il paesaggio” o essere avvolti dalla bellezza di un pezzo di stoffa lavorato a mano.

7. Mi incuriosisce quello che potremmo definire un “paradosso” che riguarda la Gen-Z. Da un lato potremmo definirla “conscious-native” (se posso permettermi questo neologismo) – ovvero la generazione più consapevole dei cambiamenti climatici e che chiede cambiamenti sostenibili in tutti i settori -, dall’altro però è la stessa generazione che fa impazzare il trend di TikTok #sheinunboxing (52.1 milioni di views), che inneggia al consumismo sfrenato. Come vede questa dicotomia? Le chiedo poi questo: come potrebbe un’idealmente sempre più coscienziosa, e dunque numericamente ridotta, domanda di beni sostenere un modello economico storicamente fondato invece sul consumismo?

Il fatto che i giovani siano impegnati in challenge su TikTok non significa che tutti voltino le spalle alla società o all’ambiente, o che abbraccino il consumo insostenibile. In molti casi si tratta delle stesse anime, che lavorano con articoli vintage e tramandati. Condividono i vestiti tra di loro. Ma è il prossimo gruppo – possiamo chiamarlo la Grande Generazione – che farà piazza pulita e aprirà una nuova strada per la società. Molte delle loro prospettive saranno influenzate da nuove forme di genitorialità, in particolare dai giovani padri di oggi che stanno educando i loro figli a pensare in modo più inclusivo e gentile. Già questo è un motivo per festeggiare e cambierà radicalmente il corso della storia. Il futuro coinvolgerà il consumo in modi nuovi, dalla condivisione e dal riciclo alla totale avversione per i beni commerciali costosi. È inevitabile, visto che ci saranno disparità economiche diffuse, che lasceranno gli articoli di lusso troppo costosi solo per lo 0,1% della popolazione. Le generazioni di domani definiranno quindi altre esperienze, che saranno alla portata di più persone. Il futuro è nelle mani dell’individuo creativo, che dominerà un periodo che io definisco “l’età del dilettante”.

8. Credo che un fattore da considerare, parallelo alla catena di produzione, riguardi il fatto che “il sistema” debba mettere le persone nella condizione di ridurre l’uso delle risorse, in risposta al fatto che i consumatori cercheranno sistemi di prodotti che permettano loro di consumare meno e di fare un uso più saggio delle risorse. A chi è affidato questo duplice compito (rendere possibile un impiego minore di risorse e al contempo costruire una maggior sensibilità ai temi ambientali)? Ai genitori sempre più indaffarati, alle scuole, alla politica, ai media, o possiamo lasciarla alla soggettività dei singoli individui?

Siamo tutti degli individui responsabili. Sia che si tratti di votare per il partito giusto o di essere fedeli ai marchi giusti. Dobbiamo imparare dai nostri saggi anziani, ma anche ascoltare le generazioni più giovani, perché le loro idee radicali vanno spesso più dritte al punto. Le cose si muoveranno più velocemente dal momento in cui l’ecologia sarà sullo stesso piano dell’economia, e quel momento è quasi arrivato.

9. Molti emerging designer, brand indipendenti o studenti lavorano a nuove idee e approcci sostenibili nell’ambito dell’innovazione tecnologica, nel design e nello sviluppo dei prodotti. In che modo questo approccio, spesso tipico di realtà piccole, potrebbe scalare anche su grandi aziende o brand i cui volumi sono più macro?

Si tratta di investire in questi nuovi ambiti. E credere nel nostro futuro. Il giorno in cui ingenti finanziamenti contribuiranno a mettere la seta delle ragnatele sulla via commerciale, saremo in grado di sradicare il poliestere. Il giorno in cui i marchi pianificheranno la disponibilità di alghe marine, si potrà prevedere l’agricoltura e la raccolta. Il giorno in cui sarà normale che tutte le aziende utilizzeranno solo la carta per gli imballaggi. Le idee e le tecnologie ci sono tutte, ma dov’è il capitale?

10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?

A Parigi mi sono recentemente trasferita da un vasto spazio ad un pied-à-terre più piccolo, e ho avuto l’opportunità di sbarazzarmi della maggior parte del mio guardaroba pre-Covid donandolo in beneficenza. Ho conservato solo alcuni cappotti iconici di Dries van Noten @driesvannoten che ho collezionato nel corso degli anni. Dato che attualmente trascorro la maggior parte del tempo in Normandia, ho bisogno di maglioni più pesanti, quindi sono questi i capi che ho conservato e di cui ho fatto tesoro. La mia importante collezione di design viaggerà verso il Van Abbemuseum @vanabbemuseum , dove sarà completamente integrata nella loro collezione d’arte… Una sorta di rivoluzione! Tornerà finalmente nella città dove è stata concepita la maggior parte di essa: Eindhoven.

11. Un’ultima domanda. Come risponde ai Formafantasma (leggi l’intervista) che nella scorsa issue di Caleido hanno dichiarato: “L’ospite della prossima issue di Caleido la conosciamo molto bene, poiché abbiamo studiato alla Eindhoven Design Academy. Innanzitutto vorremmo salutarla, poi vorremmo chiederle quale sarà, secondo lei, il futuro dell’education, in relazione anche ai problemi economici che gli studenti devono affrontare per pagare gli studi, come ad esempio i debiti studenteschi?”

Purtroppo, molti istituti scolastici hanno perso i finanziamenti governativi, in un momento in cui i costi di gestione di una scuola sono aumentati e nel quale dovremmo pagare di più gli insegnanti. Molte scuole sono state costrette ad accettare degli studenti solo per colmare questo vuoto di bilancio, e alcuni studenti si sentono in diritto di essere trattati come clienti. In questo contesto, dai professori ci si aspetta quindi che diano delle valutazioni favorevoli – invece di una critica onesta – e alcuni candidati cercano di sabotare gli insegnanti abusando della loro fiducia e mettendo in discussione i loro valori. Queste dinamiche portano molte scuole di design a consegnare al mondo del lavoro laureati del tutto impreparati, che non hanno necessariamente la formazione che meritano. Per questo motivo, ritengo che sia necessario creare accordi completamente nuovi tra studenti e istituzioni. Per esempio: gli studenti dovrebbero accogliere una guida costruttiva, aspettarsi di essere criticati e misurarsi tra di loro. I giudizi e i voti potrebbero diventare un ricordo del passato e potrebbero essere sostituiti da una maggiore autoanalisi. Il rapporto studente/insegnante deve essere costruito sull’amicizia, sul rispetto e sulla fiducia, su un piano di maggiore parità. Non possiamo più mettere a confronto “mele e pere”. L’intero sistema deve diventare più maturo e gentile.

Anche l’aumento dei costi delle scuole private è un problema costante che tiene lontani gli studenti di talento per il semplice motivo che non possono permettersi di frequentarle. Dobbiamo chiedere alle aziende e ai marchi, che traggono profitto dal duro lavoro delle scuole, di mettere a disposizione più borse di studio e fondi. Adottare gli studenti, per così dire… In passato ho lavorato con sistemi fruttuosi di collaborazione tra istituti scolastici e aziende, dove grazie a una quota annuale si riescono a pagare tutti gli extra e le gite. Anche i governi devono intervenire e assorbire il debito degli studenti dopo un numero fisso di anni, una volta che i laureati hanno contribuito alla crescita della società. E alcuni studenti potrebbero prendere in considerazione l’idea di studiare all’estero in college meno costosi, magari scambiando il prestigio con un’esperienza di vita reale in contesti culturali dove possono apprendere altre abilità, dall’empatia e l’altruismo, alle conoscenze indigene e spirituali.

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