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Caleido intervista Leonardo Talarico designer

Caleido intervista Leonardo Talarico designer e imprenditore. Le linee pure ed essenziali sono il suo tratto distintivo. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti.

Diario di: @leonardo.talarico

caleido intervista leonardo talarico designer
@leonardo.talarico
1. Linearità, purezza e semplicità delle forme sono i Suoi tratti distintivi, che troviamo come costante in tutti i Suoi progetti. Come è arrivato a definire il Suo stile?

Ho definito il mio stile con il tempo, affinandolo in maniera naturale e spontaneo, senza forzature. Durante il mio percorso, ho avuto la fortuna di incontrare grandi visionari, persone fisicamente nel presente ma con la mente già nel futuro; da queste forti personalità ho capito che era fondamentale lavorare sulla mia identità progettuale, creare il mio alfabeto, il mio stile, i miei codici, che con il tempo sarebbero diventati la mia firma. Ho sempre lavorato di sottrazione perché ritengo che lanciare chiari messaggi visivi sia una cosa molto potente.

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@leonardo.talarico

2. Nell’ambito della moda, fino a qualche tempo fa, i tratti distintivi dei vari designer erano necessariamente “soffocati” dal dna del brand. Nel design invece è normale che un’azienda si rivolga ad un designer, proprio per beneficiare del suo stile personale. Lei che ha lavorato in entrambi i settori, perché crede ci sia questa differenza radicale?

La moda è un settore affine al design ma con dinamiche completamente differenti, in primis il “tempo”. Le aziende di design prediligono progettisti con stili differenti, in grado di interpretare l’azienda con il loro tratto: oggetti aventi un fil rouge definito tra loro, in grado di creare una collezione durevole nel tempo; il vero design è quello contemporaneo ieri, oggi e domani. Nella moda invece, si lavora con collezioni che captano i fenomeni del momento, da presentare tra loro con tempi ridotti senza la necessità di “rimanere”; lo stilista quindi, non deve stravolgere l’identità del brand ma rendere contemporaneo il marchio.

3. Lei è solito definire Giulio Cappellini come Suo mentore. Cosa significa esattamente? Come è evoluto il vostro rapporto nel corso del tempo? In che cosa siete diversi?

Giulio Cappellini è il mio maestro e colui che ha creduto in me. Essere bravi è fondamentale, ma non basta. Occorre che vi sia qualcuno che creda nelle tue idee e ti dia la possibilità di mostrarle: i miei primi pezzi infatti sono stati disegnati proprio per l’azienda Cappellini. Con Giulio Cappellini vi è un rapporto di grande rispetto e, a distanza di tanti anni, continuo a collaborare con lui quotidianamente. Penso che tutti i giovani che ambiscono ad avere una gloriosa carriera debbano avere uno o più punti di riferimento da guardare con ammirazione, così da volersi sempre migliorare, mettendosi continuamente in discussione. In cosa siamo diversi? A lui piace un design eclettico, mentre io sono più per una estetica misurata e rigorosa.

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@leonardo.talarico
4. In cosa si riconosce un vero talento? Crede che siano cambiate nel corso del tempo le caratteristiche che definiscono un vero talento?

Non occorrono grandi doti per riconoscere un talento direi, anche se non si è del settore. Un vero talento è colui che, senza analizzarlo troppo, riesce a trasmettere visivamente un progetto e ad arrivare al pubblico senza bisogno di aggiungere nemmeno una parola per spiegare il suo pensiero. È colui che materializza idee che altri neanche si immaginano. Oggi è sicuramente più difficile per un giovane emergere, l’asticella si è alzata molto. Ci sono tanti bravi progettisti, ma il talentuoso lo riconosci subito, in quanto apripista.

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@leonardo.talarico
5. Ha recentemente dato vita a un Suo brand personale. Quando afferma “volevo potermi esprimere senza compromessi stilistici” a cosa si riferisce? Se fosse altrettanto libero di esprimersi, quali sarebbero i 3 consigli che darebbe alle aziende (e ai loro manager) per sfruttare al meglio il lavoro dei designer?

Ho deciso di creare una collezione che porta il mio nome per esprimermi al massimo, estremizzando le mie linee con oggetti completamente slegati da qualsiasi vincolo commerciale, non solo nell’ideazione del prodotto ma anche nella comunicazione dello stesso, un progetto seguito interamente a 360 gradi. Mi piace l’idea che i clienti possano acquistare “un Leonardo Talarico”, come fosse un’opera d’arte, un quadro e una visione di stile, oggetti iconici se presi singolarmente oppure per creare landscape di linee quando questi convivono assieme. Come dicevamo prima, le aziende mixano assieme prodotti di designer differenti come linguaggio comune; con questo progetto vorrei che il linguaggio fosse unicamente quello del rigore, il mio. Il grande suggerimento che darei ai manager delle aziende è quello di non vincolare la creatività dei progettisti secondo un loro gusto personale o ciò che metterebbero in casa propria! In ambito creativo spesso tutti si sentono in diritto di dare suggerimenti personali con il grande rischio di snaturare un progetto.

6. I suoi oggetti parlano un linguaggio italiano (penso al vaso “Pensiero”, il tavolino “Vizio”, appendiabiti “Ombre” o il tavolino “Metodo”), e la maggior parte dei Suoi clienti sono dei pionieri del Made in Italy. Cosa significa questa espressione per Lei? In che cosa si differenzia dalle produzioni di altri Paesi?

Il Made in Italy è un inno che decanta la cultura di impresa, il saper fare e l’eccellenza delle aziende italiane e dei suoi prodotti. Mantenere un livello di eccellenza in un mondo che si muove veloce è di fatto una responsabilità importante per un paese da sempre patria di bellezza: è quindi fondamentale la continua innovazione. Nel mio piccolo, mi piace l’idea di utilizzare sempre nomi italiani, incisivi, che identificano il pensiero alla base del progetto e celebrano l’italianità anche linguistica. Ciò che differenzia le maestranze italiane da quelle di altri paesi sono la passione e la cultura con la quale viene sviluppato il progetto non limitato alla produzione effimera del prodotto. Gli altri paesi, però, non sono rimasti a guardare: vi sono altre nazioni molto interessanti ed è quindi necessario puntare sempre sulla qualità di ciò che facciamo.

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@leonardo.talarico
7. Quali sono stati i pensieri più ricorrenti in questo periodo “rallentato”? In che modo li ha riordinati?

Il pensiero più ricorrente andava sulle ripercussioni che la pandemia avrebbe portato nel settore arredo e quali fossero le nuove strade da intraprendere considerando i progetti in progress e le presentazioni degli stessi; era subito chiaro infatti che le fiere sarebbero state posticipate per diversi mesi. La prima cosa che ho fatto è stata quella di dialogare e confrontarmi con le aziende per capire e studiare assieme come affrontare questo periodo, facendo delle scelte: cosa portare avanti e cosa no, capire i bisogni di questa nuova normalità il più in fretta possibile. Quando questo periodo buio passerà, a parer mio, ci porteremo dietro delle nuove abitudini nell’ambiente domestico, alcune legate all’igiene, altre legate alle nuove funzioni dei complementi. Pensiamo al ritorno dell’appendiabiti, prima quasi dimenticato oppure al fatto che la seduta di casa, un tempo utilizzata solo a pranzo e a cena, diventa ora anche la nostra poltrona-da-lavoro sulla quale passiamo molto tempo della giornata. Da queste piccole intuizioni si può partire ad immaginare i nuovi scenari del furniture design.

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@leonardo.talarico

8. È un designer solitario? Abitudinario (se sì, quali sono le Sue abitudini) o ama cambiare rituali (in che modo)? Quali sono delle attività, a chilometro zero, che La fanno star bene?
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@leonardo.talarico

Sì, sono un designer solitario perché ritengo che un’idea con una forte personalità possa nascere individualmente, pensata e concepita da un unico soggetto e poi successivamente affinata e sviluppata con il team di lavoro. Sono abitudinario e schematico nel lavoro e da una decina di anni la mia giornata inizia alle 4:30 di mattina. L’attività a chilometro zero che preferisco e che mi fa stare bene è passeggiare con il mio cane, mi rilasso e gioco.

9. Qual è un disco, di un autore italiano, che la fa viaggiare con la mente? Una canzone in particolare che nella tua solitudine ama ascoltare?

Mi piace molto il disco “Washed Away” di Ludovica D’Angelo in arte LULU, talento del neo soul di base a New York. Le sue canzoni sono tutte interpretate con estrema delicatezza! Tra le tante, quella che preferisco è “B. (From Back & Forth) [Reprise]”. Quando ho conosciuto LULU abbiamo deciso di collaborare assieme e fondere musica e design in un progetto, proprio con la sua canzone che preferisco. Le note di “B. (From Back & Forth)” e la sua performance fanno da fondo alla presentazione della digital exhibition in cui ho presentato la collezione PENSIERO nel 2020.

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@leonardo.talarico
10. Qual è un oggetto della Sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da Lei?

Più che un oggetto, sono molto affezionato ad un disegno d’artista che ho incorniciato e conservo con ammirazione. È uno schizzo dell’artista Flavio Lucchini, realizzato “di getto” per la comunicazione grafica del Temporay Museum for New Design al Superstudio Più alcuni anni fa. Il suo primo schizzo divenne subito il progetto definitivo e questa cosa mi colpì molto.

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@leonardo.talarico