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Caleido intervista Formafantasma

issue #18: whatever it takes

L’intervista su Caleido a Formafantasma, studio di design e ricerca fondato da Andrea Trimarchi e Simone Farresin, è la cover story della Issue #18, intitolata: Whatever it takes. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @formafantasma

Ph. Simona Pavan
1. Definite Formafantasma “uno studio di ricerca che indaga le forze ecologiche, storiche, politiche e sociali che danno forma al design contemporaneo”. Volendo fare una sintesi: quali sono le principali 3 direttrici che stanno plasmando la Design Society?

Non credo sia necessario individuare tre vettori di riferimento, perché probabilmente ne basta uno: l’ecologia. Il fatto che viviamo in un momento di crisi ecologica comporta il chiedersi a tutti i livelli – e non solo all’interno della disciplina del design – come vivere in un mondo in crisi. Ciò mette in crisi anche il design stesso, una materia per sua natura positivista che vede nel progresso la soluzione; e che si basa anche su invenzioni di tipo materiale. Noi vediamo questa situazione come un’opportunità, poiché è proprio nei momenti di crisi – pensiamo ad esempio al secondo dopoguerra – che il design dà il meglio di sé. Ricordiamo anche il fatto che il termine “ecologia” non ha solo l’accezione ambientale, ma presenta anche uno stretto legame con la giustizia sociale.

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2. In molti hanno definito l’ultimo appuntamento con la Milan Design Week, “il Salone di Formafantasma”. Sia per il numero che per la rilevanza dei progetti che avete presentato (dal Simposio per Prada alle lampade per Maison Matisse). In che momento della vostra vita professionale vi trovate? Quali sono le sfide più significative che hanno forgiato la credibilità e l’identità che vi contraddistinguono? Guardando in avanti, verso quali orizzonti verterà il vostro lavoro?

A dire il vero non sapevamo che questo fosse stato il “Salone del Mobile di Formafantasma”, e questo ci fa anche un po’ sorridere. Per quanto riguarda la direzione nella quale il nostro studio si sta sviluppando: c’è una parte che si occupa di ricerca e un’altra invece più commerciale. Per ricerca intendiamo ad esempio il progetto Cambio con la Serpentine Sackler Gallery di Londra, ma anche il Simposio con Prada e l’insegnamento al dipartimento di Geodesign alla Eindhoven Design Academy. In questo momento stiamo lavorando ad un nuovo progetto per La Galleria Nazionale di Oslo, che verterà sul rapporto con gli animali attraverso il materiale lana. Circa invece la parte commerciale, è chiaramente quella nella quale ci prestiamo a più compromessi, e che finanzia, in parte, il tempo che dedichiamo ai progetti di ricerca. Il nostro tentativo è sempre quello di rendere entrambe le parti più radicali, fare in modo che s’incontrino e che si contaminino l’una con l’altra. Spesso ci interroghiamo anche su come sarà il nostro studio in futuro, ma devo dire che ci piacerebbe continuare così: portare avanti il lavoro che facciamo con sempre più consistenza, quindi con clienti più grandi e con un’economia che ci permetta sempre di pagare in modo sempre adeguato le persone che lavorano per noi, come già cerchiamo di fare.

La questione ecologica è quella che ci interessa di più e continueremo sempre a dedicarci a questo tema. Poi, naturalmente, ci sono i sogni nel cassetto: un’area che vorremmo sviluppare è ad esempio quella legata alle creature non umane, o come dicono alcuni “più di umane”. Ci riferiamo agli animali o ad altri esseri viventi… Trattiamo già questa tematica al dipartimento di Geodesign alla Eindhoven Design Academy.

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3. Il vostro è un dialogo tra varie sfaccettature della società contemporanea. Immaginando che vi venga data la possibilità, con libertà storica, di realizzare una “Impossible conversation”, chi vorreste incontrare?

Ci piacerebbe incontrare Alexander von Humboldt, è un esploratore, geografo, botanico e naturalista tedesco che, probabilmente per primo, iniziò a sollevare delle osservazioni puntuali e accurate sull’impatto dell’uomo sull’ecosistema. Dal punto di vista della progettazione, si può menzionare Adolph Loss che, nonostante una vita privata molto turbolenta (segnata anche un’accusa di pedofilia), è stato un autore davvero interessante; con degli scritti provocatori e allo stesso tempo molto ironici. La sfera personale non ci impedisce di vedere la capacità progettuale e interpretativa di un autore fondamentale del ‘900.

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4. Uno degli aspetti che contraddistingue il vostro approccio progettuale è l’attenzione alla sostenibilità (che si spinge davvero ovunque, penso al vostro sito a basso impatto ambientale). Immaginando di stilare un vostro manifesto di sostenibilità, quali sono gli aspetti che ritenete essere più rilevanti? In che modo tale filosofia interagisce con il tessuto di aziende con le quali collaborate?

Questa domanda è veramente interessante perché è davvero difficile dare una risposta. È infatti molto complesso stilare un manifesto sulla sostenibilità… Nonostante ciò la Serpentine Sackler Gallery ci ha chiesto di stilarne uno, che ad ora è in mostra a Londra. Il progetto fa parte di una mostra collettiva intitolata “Back to Earth”, nello specifico ci è stato richiesto di stilare un manifesto sul “come fare exhibition design in modo sostenibile”, focalizzandoci anche sui materiali e sulle tecniche produttive. Per noi ciò che contraddistingue il pensiero ecologico, specialmente quando cerchiamo di attuarlo in collaborazione con un’azienda, come stiamo facendo con Artek – un’azienda scandinava fondata da Alvar Aalto – è quello di essere contestuali: non ci sono ricette, ed è impossibile avere dei manifesti che diano un programma attuabile in modo specifico. È evidente che ci sono delle direttive di base che si potrebbero considerare, ma in realtà ogni scelta di tipo ecologico va fatta in base al contesto: non ci sono soluzioni univoche. Dev’esserci soprattutto un grandissimo dialogo tra progettista, produttore e azienda – che a volte può non essere il produttore stesso, ma colei che edita il progetto. In realtà è molto difficile stabilire delle conversazioni veramente proficue con i clienti: ci siamo riusciti in modo molto soddisfacente con Artek, poiché siamo stati accolti all’interno dell’azienda e abbiamo avuto la possibilità di studiare in modo approfondito quello che fanno e la loro filiera. Abbiamo potuto anche metterla in discussione, contestualizzandola in Finlandia: Artek, infatti, si occupa di mobili in legno, e l’estrazione del legname viene fatta per lo più in territorio finlandese. L’obiettivo è quindi cercare di capire come le due cose possono interagire in modo diverso, e in che modo Artek può contribuire ad una reale cultura ecologica anche interna all’azienda.

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Quindi, più che stilare un manifesto, è necessario avere tempi lunghi per condurre una ricerca specifica, non solo per lo sviluppo dei materiali, ma anche per un’analisi contestuale su tutta la filiera, e un ottimo dialogo con il committente: quest’ultimo infatti deve capire che la questione non si può risolvere a livello del prodotto, ma deve essere affrontata a livello molto più strategico. Quello che un designer spesso può fare è progettare un oggetto, ma se poi tutto il modo in cui questo oggetto viene pensato, prodotto e distribuito, non è frutto di una riflessione più olistica… Si ottiene molto poco. Quindi direi che la risposta può essere un buon dialogo, una visione più olistica e il tentativo di risolvere le tematiche ecologiche non solo a livello del prodotto ma a livello più strategico.

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5. Questa Issue di Caleido si intitola “Whatever it takes” (una citazione dell’ormai ex presidente del Consiglio Mario Draghi): ci sono delle battaglie, professionali o personali, che state combattendo?

Tutta la nostra pratica riflette questa affermazione, nel senso che cerchiamo di ritrovare nel nostro lavoro lo spazio necessario per poter avere quel tipo di attitudine necessaria per condurre delle battaglie rilevanti. Lo mettiamo in pratica soprattutto nell’insegnamento al dipartimento di Geodesign alla Eindhoven Design Academy, nel quale possiamo essere più idealisti: possiamo pensare al design non solo come ad uno strumento dell’industria, ma anche come ad uno strumento al servizio della giustizia ecologica e sociale. È là dove il “What every it takes” viene davvero messo in pratica nel nostro lavoro.

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6. Prima il design e poi il materiale, o viceversa? Il processo creativo spesso parte da una visione artistica che usa i materiali, penso al tessuto nella moda, come un mezzo. Se da un lato questo processo ha dato vita a molti progetti innovativi, dall’altro genera degli sprechi. Vede possibile l’impiego di un’altra filosofia di design, un po’ come quella dei sarti orientali che per migliaia di anni hanno creato abiti all’interno dei vincoli del tessuto (penso al kimono o il sari, che si costruiscono partendo da blocchi modulari di tessuto), ovvero partire dal materiale per poi fare il design?

Non siamo convinti che partendo dal materiale necessariamente si generino degli sprechi. Anzi, se si parte dal materiale, molto spesso si ha una visione più precisa di come questo può essere applicato, da dove viene estratto, chi lo lavora e perché ha senso applicarlo in un contesto e non in un altro. La visione occidentale che appartiene a tutti noi, ovvero quella di vedere e giudicare tutto attraverso dicotomie – materia e forma, oppure idea e forma – ha dei grossi limiti.

La visione che preferiamo è quella olistica, che però è molto difficile da avere quando il committente ti chiede di non averla, chiedendoti di preoccuparti di consegnarli un progetto, oppure invitandoti ad essere “libero e creativo”. Ma cosa significa essere “libero e creativo”? Non siamo degli artisti dell’800 che vogliono vivere in una torre dorata, isolati dal mondo aspettando che gli arrivi l’illuminazione dal cielo: bisogna lavorare in modo contestuale ed olistico, quindi leggere le cose nel proprio contesto. Quello del kimono è un esempio incredibile di comprensione totale di un progetto, che scaturisce dalla comprensione del materiale, della forma e dell’utilizzo: è proprio questa visione totale che può portare ad un progetto più sofisticato. È chiaro che nella contemporaneità è molto difficile avere questo tipo di visione, ma è necessario ambire ad una pratica più olistica, che vede il design all’interno di una lettura più complessa. L’aspetto positivo della disciplina del design è per l’appunto il fatto che comprenda l’innovazione di tipo sociale, artistica, individuale, autoriale e anche politica: è proprio quando questa dimensione così complessa viene abbracciata in modo totale che prende vita un progetto realmente interessante.

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7. Secondo FabScrap, un’azienda no-profit che si occupa di riciclo di tessuti, “per ogni chilo di tessuto per abbigliamento che buttiamo via come consumatori, un’azienda ne butta via 40 chili” (sotto-forma di rotoli di tessuti nuovi, o di scarti tessili). Quali sono delle tipologie di utilizzo che le aziende potrebbero fare di questi materiali?

Per quanto riguarda i tessuti di scarto, gli utilizzi sono infiniti; perché se un materiale è ancora utilizzabile può essere ripensato e riapplicato in modi diversi. La cosa migliore sarebbe riutilizzarlo all’interno dell’azienda. Il segreto dell’ecologia è infatti probabilmente il senso di responsabilità: trovare un ciclo chiuso che ne preveda il riassorbimento è la soluzione migliore. È a questo punto che l’idea di un progetto universale e standard non funziona più: infatti, il modo migliore per recuperare gli scarti dei tessuti è ragionare su quantitativi ridotti, pensare ad un progetto che si adatti a quello specifico materiale, e non ad uno astratto guidato esclusivamente dalla creatività dell’autore. È in questo caso che parliamo di creatività e di progetto contestuale. Molto spesso, lo abbiamo visto anche in molte aziende di moda: il sustainability team lavora in modo indipendente e separato rispetto al team di progettazione: se le due parti non comunicano non ci potrà mai essere un reale progetto sostenibile, i progettisti non sapranno mai delle necessità vere o delle opportunità che vengono date, ad esempio, dai materiali di scarto.

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8. Da quando sono piccolo, amo visitare dimore di fascino e progettarne meticolosamente la ristrutturazione, immaginando visivamente ogni minimo dettaglio. Entrando dunque in una sfera più personale, quali sono delle passioni dal taglio personalissimo, al di fuori del vostro lavoro, che vi contraddistinguono?

Circa le nostre passioni, non vorremo essere noiosi, ma chiaramente il nostro lavoro è la nostra passione, e come tutte le passioni comportano anche dolori, nel lavoro come in amore. Un’altra cosa che sicuramente ci appassiona sono i film e la letteratura, leggiamo infatti molta saggistica. Inoltre abbiamo un cane che amiamo tantissimo che si chiama Terra. Ci rendiamo conto di essere molto appassionati di studi legati agli animali, sia quelli naturalistici, sia quelli sviluppati da filosofi che si occupano di questa materia.

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9. Proverò un format nuovo: chiedo a voi di fare una domanda all’ospite della prossima issue di Caleido, che per ora non anticiperemo pubblicamente. Che cosa vorreste chiederle?

L’ospite la conosciamo molto bene, poiché abbiamo studiato alla Eindhoven Design Academy. Innanzitutto vorremmo salutarla, poi vorremmo chiederle quale sarà, secondo lei, il futuro dell’education, in relazione anche ai problemi economici che gli studenti devono affrontare per pagare gli studi, come ad esempio i debiti studenteschi.

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10. Qual è un oggetto della vostra casa al quale non rinuncereste mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci mandate una foto scattata da voi?

Da non molto tempo possediamo una foto dell’artista Joanna Piotrowska (@janka_piotrowska), con la quale abbiamo anche collaborato ad un progetto che si chiama Sub Rosa. È un’amica alla quale teniamo molto e non vorremmo mia rinunciare a questa sua bellissima opera.

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