FROM MM AWARD

Caleido intervista Fiona Dinkelbach creative director e art historian

Caleido intervista Fiona Dinkelbach creative director, art historian e giurata di MM Award 2022. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @fionadinkelbach

@fionadinkelbach
1. Il suo lavoro come creative director e fotografa è fortemente orientato ad un linguaggio visuale che definisce timeless, elegante e contemporaneo. Crede che tali caratteristiche possano essere anche considerate una buona definizione del lusso? In che cosa il lusso si differenzia da ciò che non lo è?

Per me il lusso è definito dall’atemporalità. Lavoro nell’industria del lusso da più di otto anni e in questo periodo ho visto che il design senza tempo prevale sempre. La nostra società attuale e il nostro modo di vivere non dovrebbero essere ignorati, mai. Il lusso è cambiato drasticamente nell’ultimo decennio, e ciò che ho capito è che esso non deve necessariamente significare sfarzo e glamour. Piuttosto, è il contrario. Al giorno d’oggi, si tratta molto più di sostenibilità, innovazione e certi valori che stanno venendo alla ribalta. I materiali giusti, una produzione perfetta, un occhio per i dettagli. Non si tratta (più) di sprechi e consumo eccessivo. E quindi, ovviamente, il lusso è sempre qualcosa di contemporaneo. Qualcosa che è anche in continua evoluzione e di cui si deve sempre ridiscutere. Di certo il lusso non ha sempre a che fare con il cartellino del prezzo. Un marchio che considero troppo kitsch o inautentico, sia visivamente che in termini di contenuto (il che ci riporta ai valori), non fa per me. Costoso non significa lusso. E il lusso non è sempre un bene materiale. Secondo me, non bisogna sempre possedere tutto, ma le esperienze individuali e prendersi del tempo per loro sono molto più importanti.

@fionadinkelbach
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2. Nel 2014 ha fondato un magazine, The Dashing Rider (l’audace cavaliere), che si presenta ai lettori come una “collection of unique, timeless, well-researched visual stories about fashion, architecture, contemporary art e culture”. Come sta evolvendo il mondo dell’editoria indipendente? Come è nato questo progetto e perché proprio questo nome?

In realtà ho iniziato a scrivere un blog abbastanza presto, allora era un mondo completamente diverso. In realtà è cambiato molto negli ultimi anni. I social media da soli non erano mai abbastanza per me, così negli ultimi anni ho ampliato TDR in una rivista online. Era importante per me poter davvero raccontare storie, dare approfondimenti sui miei argomenti e trattenere il lettore con un contenuto di valore. Voglio che lo spettatore si prenda il suo tempo, rallenti e si connetta davvero con l’argomento trattato nell’articolo. Per me, questo include fornire immagini di grande formato, scrivere articoli più lunghi, un layout accattivante e individuale, e la presentazione visiva complessiva di un argomento. Questo è difficilmente possibile su Instagram e altri canali di social media, che sono completamente progettati per un consumo rapido. Di nuovo, il concetto di atemporalità è molto importante per me, sicuramente un leitmotiv di tutto il mio lavoro. Il nome voleva descrivere qualcosa di completo. Una riflessione su qualcosa che potrebbe essere. Senza doversi impegnare necessariamente in un focus tematico.

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3. In che modo ha definito il suo concetto di storytelling? Quali sono gli elementi che lo caratterizzano? Ci può raccontare la scelta di un look&feel in bianco e nero e una sensazione analogica in un mondo sempre più digitale?

Le storie che racconto, così come la scelta degli argomenti per TDR, sono molto individuali e personali. Così come lo sono i marchi con cui lavoro, sia per la mia rivista che per commissioni esterne. In entrambi i casi, devo esserci io dietro, in prima persona, al 100%. È un universo completo e olistico. Traggo molta ispirazione dal passato. La fine degli anni ’60 e gli anni ’70 sono una grande fonte di ispirazione nel mio lavoro. Sono sempre stata affascinata da molte aree di queste epoche, per esempio un movimento architettonico, un pezzo di arredamento o semplicemente un luogo che associo a un certo desiderio. Questa è anche la ragione del mio approccio visivo e l’uso della fotografia in bianco e nero su pellicola. Uso piattaforme digitali, ma certamente non mi descriverei come una persona digitale. Penso che questa connessione sia piuttosto affascinante. Portare un mezzo analogico che richiama immediatamente il passato (ed è molto in linea con il mio gusto per gli anni Settanta) in un mondo digitale è la mia sfida. L’estetica digitale è spesso molto forte, colorata e frenetica. Lo stesso vale per i popolari social network. Mi piace portare un po’ di tranquillità senza tempo. Qualcuno una volta mi ha detto che poteva rilassarsi sul mio account Instagram e lo ha descritto come “visual detox”. Mi è piaciuto molto. La situazione è simile nell’arte. Come storica dell’arte, sono solita visitare molte mostre, istituzioni e gallerie, e questi luoghi sono spesso degli assoluti sovraccarichi sensoriali e visivi. Ma qui ho imparato a filtrare, a scansionare e a mostrare solo ciò che soddisfa i miei standard visivi. Se non si adatta al mio stile, non lo mostro. È una forma di curatela. In questo modo non solo ho trovato il mio linguaggio visivo, ma anche una direzione stilistica nella quale la gente mi riconosce. Questo arriva al punto che le persone che conosco mi dicono che dovrei andare a vedere una certa mostra perché è “davvero tua”.

@fionadinkelbach
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4. Analizzando il suo lavoro emerge una forte passione, forse una ossessione, per i dettagli. La percezione che mi trasmette, osservando una foto e leggendo un testo, è che il suo obiettivo è sempre racchiuso in una scala micro, quasi come se sentisse il bisogno di analizzare le cose ad un microscopio. È una interpretazione corretta? Traslando questo concetto nella vita sociale, quali sono i dettagli che nota principalmente in una persona che incontra?

Questa è un’osservazione molto affascinante! In generale mi piace andare in profondità. Quando scrivo, questi sono argomenti già molto di nicchia e specializzati. Allo stesso modo, nel mio lavoro visivo, mi piace mostrare ritagli o primi piani molto forti. Voglio che lo spettatore si prenda il suo tempo, magari soffermandosi un po’ più a lungo del solito e rifletta su ciò che l’immagine significa per lui medesimo. Con un dettaglio, non c’è molto preavviso e dunque la propria immaginazione è sfidata e lo spettatore continua a pensarci individualmente. Questo mi piace molto. Direi che ho un occhio ben allenato e noto sempre per prima certe cose, come i gesti e le espressioni facciali.

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5. Mi ha molto appassionato la sua sua visione prospettica “open-minded”. In che modo il suo background, tra cui il Master of Arts degree in Art, Aesthetics and Media Studies alla Braunschweig University of Art ha influito su questa visione?

La vita in un’accademia d’arte è semplicemente molto diversa e ha avuto un forte impatto su di me. Ricordo il momento in cui ho fatto domanda per i miei studi teorici nell’ambito dell’arte. C’erano tre università tra cui scegliere: due di queste erano università tradizionali con la storia dell’arte come materia, mentre la terza era una vera e propria accademia d’arte. Ho optato senza indugio per l’ultima. La differenza è abbastanza semplice: la connessione diretta con le belle arti. Questo non c’è in un’università convenzionale. Grazie allo stretto rapporto con le arti, ho sempre avuto un vibrante e costantemente rinnovato impegno con l’arte contemporanea. Molto diverso da quello che sarebbe sarebbe stato con un programma di storia dell’arte classica. Era meno focalizzata sulla ripartizione tradizionale della storia dell’arte (che, naturalmente, era anche un argomento dei miei studi di base), e viceversa più incentrata su questioni sociali e filosofiche. Si tratta di esplorare quali parametri influenzano i processi artistici, come le tradizioni si formano nell’arte, come cambiano i motivi, come i riferimenti possono essere decifrati e come le medialità influenzano la nostra percezione. Solo per fare qualche esempio: sono stata particolarmente colpita dall’esame del linguaggio come mezzo, e dalla storia dell’estetica che mi ha avvicinata alla storia delle culture della visione, così come alle tecniche di visualizzazione. È qualcosa che ha plasmato la mia visione nei confronti di molte cose e mi ha dato una prospettiva individuale, che naturalmente si estende anche alla mia estetica.

@tdrmag
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6. Nel suo sito troviamo una sezione Journal, con una selezione di immagini scattate durante dei viaggi, quasi fossero delle poetiche cartoline. In che modo organizza e pianifica i suoi viaggi? Quali sono le attività che invece le piace lasciare al caso?

Grazie per il bellissimo complimento. Nella mia vita ci sono due diversi tipi di viaggi, nonostante spesso i confini sono sempre “confusi”… Ci sono i viaggi d’affari e i viaggi personali. I viaggi d’affari sono quelli per la stampa oppure quelli organizzati da me per visitare fiere d’arte o altre cose che sono professionalmente interessanti. Lì, le attività sono ovviamente spesso molto pianificate. Ma quando viaggio davvero privatamente, tutto cambia. Il viaggio personale inizia già con la preparazione della valigia in un modo completamente diverso. E infatti non pianifico così tanto in anticipo. Lascio che siano le cose a venire da me, e amo esplorare i luoghi sconosciuti.

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7. Parlando ancora di viaggi, il suo è un viaggio a cavallo tra digitale e analogico. In che modo combina queste due anime? Qual è un’abitudine digitale e una analogica che descrivono la sua personalità?

In realtà non è sempre così facile. Come scritto prima, non mi descriverei assolutamente come una persona digitale. Mi piace usare internet per il mio lavoro, ma sono in tutto e per tutto una persona analogica. Le produzioni fisiche sono sempre le mie preferite, ma amo anche essere creativa in modo digitale, per esempio quando si tratta del layout di un sito web. Un’abitudine digitale che sicuramente descrive la mia personalità è ‘scorrere fino alla fine’. Per esempio, quando mi trovo in una certa sezione di un negozio online, devo sempre scorrere fino alla fine della pagina. Un po’ OCD (disturbo ossessivo compulsivo)! La mia abitudine analogica che mi descrive abbastanza bene è l’uso di un calendario fisico in cui scrivo a mano ogni appuntamento.

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8. Il suo lavoro la porta spesso a viaggiare e a stare in mezzo alle persone. In che modo ama trascorrere il suo tempo in solitudine? C’è un pezzo musicale, o un libro, o un film, che più di altri la riconcilia con se stessa?

Sono sicuramente una persona che ha bisogno di molto riposo e ho bisogno del mio tempo libero dopo aver viaggiato o dopo eventi con molte persone. Per me, prima di tutto, il silenzio totale  è molto importante. Niente musica, niente film, solo silenzio. Almeno subito dopo un evento. Ci sono naturalmente anche periodi di riposo più normali, che poi riempio con musica ecc. Mi rilasso soprattutto con Shoegaze, per esempio “My Bloody Valentine” o “Lush”.

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9. Lei è uno dei membri della giuria di MM Award: che cosa cerca dai concorrenti?

Per il momento, sono molto entusiasta dei diversi campi e delle candidature. Presterò particolare attenzione al design innovativo. Dato che sono una persona molto sensibile, considero anche il modo in cui qualcosa mi colpisce e come mi sento al riguardo, quali sentimenti vengono evocati.

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10. Qual è un oggetto nella sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Puo inviarci una foto scattata da lei?

In realtà non è così facile, perché sono una collezionista di cose diverse. Per esempio, io mi porto un oggetto da ogni viaggio, che naturalmente ha sempre un valore emotivo e mi ricorda un bel momento. Los Angeles è uno dei miei posti preferiti in assoluto. La foto mostra delle pietre che ho raccolto sulla spiaggia di Malibu.

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