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Caleido intervista Carolina Amoretti di Fantabody

Caleido intervista Carolina Amoretti, direttore creativo del brand indipendente Fantabody. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @fantabody_

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1. Iniziamo dal nome Fantabody, che da solo sintetizza un vero e proprio Manifesto. Ha a che fare con l’esaltazione della femminilità per star bene con se stessi (anziché per compiacere agli altri), con il rapporto con il proprio corpo, con l’auto affermazione e accettazione. Come è nato questo nome? Cosa rappresenta per lei? Quali sono i messaggi che vuole lanciare?

Il nome del brand nasce in una calda giornata Milanese del 2015. Cercavo un modo simpatico per unire la parola “Body”, quindi corpo ma anche bodysuit, il nostro prodotto di punta, con un’altra parola positiva. “Fantastico”, era sicuramente l’aggettivo più adatto per raccontare la mia visione della donna. All’inizio le persone, quando il progetto era ancora in una fase embrionale, non prendevano seriamente questo nome; venivo quasi derisa per questa scelta e quella del logo. Il nome intero del brand è FANTABODY MADE IN MILANO. Anche questo connubbio tra l’inglese e l’italiano era per me un modo per destare qualche perplessità, in maniera simpatica.

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2. Lei nasce come fotografa e la sua capacità di catturare la fisicità dei momenti è centrale nello storytelling del brand. Quali crede siano stati i tratti più importanti nel suo percorso artistico? Come è arrivata ad aprire un marchio di moda? Qual è il rapporto attuale tra Fantabody e fotografia?

Sono fotografa da quasi 15 anni, ho iniziato molto presto a lavorare con l’immagine e il mio percorso fotografico è stato fondamentale nel riuscire a raccontare esattamente quello che volevo con il mio brand. Sono due realtà che convivono, ma ciascuna segue una dinamica indipendente. Continuo infatti a scattare per altri brand e riviste, oltre a seguire tutti gli aspetti di Fantabody, affiancata dal mio braccio destro Sofia. Aprire un marchio mio è capitato per gioco ed è un mezzo come un altro per raccontare delle storie e divulgare messaggi di inclusività.

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3. Quando preparo un’intervista inizio sempre dalla bio di Instagram: poche righe per riassumere un intero mondo creativo, non è facile essere incisivi ed espressivi. Lei ha optato per 3 aggettivi che sintetizzano il suo Manifesto: “Sustainable, Bodypositive e Made in Italy”. Partendo dal primo, in che cosa consiste la sostenibilità di Fantabody?

Parlando della Bio di Fantabody, il progetto si definisce sostenibile perché il nostro impatto sull’ambiente è praticamente nullo. Lavoriamo solo con laboratori a conduzione familiare nella regione Lombardia, vicino a Milano. Dal 2015 utilizziamo Lycra riciclata e cerchiamo di evitare l’utilizzo della plastica in tutti i nostri packaging o processi di produzione, per evitare rifiuti. Cerchiamo di evitare sprechi riutilizzando tessuti di scarto, come per la nuova linea ESSENTIALS in uscita tra pochi giorni. Questi nuovi capi basici, infatti, sono realizzati solo per il nostro e-commerce, e prevedono l’utilizzo di tessuti destinati alla discarica perché rimanenze di pochi metri.

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4. Non posso che continuare con il secondo: Bodypositive. Ha a che fare con la diversità, l’inclusività, la libertà, la comunità e la personalità.Ce ne parla? In che modo è arrivata a includere in un brand di moda questi concetti?

Il brand, come per ogni progetto, cresce insieme al creativo che lo ha ideato, con il suo punto di vista, le sue esperienze ed esigenze. Nel caso di Fantabody, al principio le tematiche affrontate erano rivolte alla sessualità femminile, ai tabù e le cose non dette dai media. La mia esigenza, e quella delle mie amiche, era quella di raccontare al mondo quello che ci confidavamo durante gli apertivi e spronare le donne a parlare e confrontarsi. Avere la piena consapevolezza del proprio ruolo nella società e supportare le minoranze. Questi sono gli ideali per i quali hanno combattuto i nostri genitori e che per anni, nella nostra crescita, sono state date per scontate. Ma abbiamo sentito il bisogno di fare un altro step verso l’indipendenza, l’emancipazione e la consapevolezza: ad esempio, parlare di come una donna viene guardata a lavoro nel ventunesimo secolo se indossa una gonna, o come è costretta a vestirsi in certi ambienti, o del suo salario più basso rispetto al collega uomo. Queste sono le tematiche che ho in qualche modo voluto affrontare con il progetto Fantabody, focalizzandomi sulla “diversity” e accettazione del corpo e di se stessi, soprattutto rivolto al mondo femminile.

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5. Prima di passare al terzo, le chiedo: come ha fatto a costruire una comunità così reale e consistente di Fanta-girls? Quali crede siano i punti in comune tra le sue clienti? Quali sono i prodotti che apprezzano maggiormente?

La cosa che conta maggiormente è che la community di Fantagirls è cosi vicina al progetto perché si sente rappresentata e abbraccia i valori che promuoviamo, ma non per forza è una cliente. Il progetto infatti ha uno storytelling così forte e sincero (dato soprattutto dal fatto che non c’è un team dietro, ma 2/3 persone che si danno una mano) che va oltre al prodotto e alla commercializzazione di un capo d’abbigliamento.

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6. Made in Italy. In MM Company ogni giorno ci occupiamo di indagarne e valorizzarne le caratteristiche, per conto dei brand per i quali lavoriamo. Qual è un aspetto del Made in Italy che ha particolarmente a cuore, e che è importante per Fantabody? Come raccontare il Made in Italy in una chiave appealing (e non nostalgica)?

Per me il valore del Made in Italy è portare sicuramente avanti una tradizione per cui l’Italia ha sempre eccelso, ma, più di tutti, accertare che l’ambiente di lavoro sia sicuro e che le produzioni siano realizzate nel rispetto dei propri dipendenti.

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7. Donne influenti come Dua Lipa, Maggie Gyllenhaal, Rita Ora, Kylie Jenner hanno indossato capi Fantabody. Se dovesse chieder loro di veicolare un suo messaggio, per unirsi idealmente al suo “movimento” ed estenderlo, quale sarebbe? Quale crede sia il tema, legato al Bodypositive, che merita attenzione con più urgenza?

“Mostrati per quello che sei e non cercare di essere qualcos’altro”. Da grande star mondiale forse veicolerei questo messaggio.

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8. Qual è il rapporto che ha con il suo corpo? Essendo Caleido concepito come un Diario, qual è una storia che l’ha particolarmente colpita e che annoterebbe sul suo cahier?

Ho un buon rapporto con il mio corpo, ne vedo i limiti ma anche i pregi e potenzialità. Venivo “presa di mira” dai miei compagni perché ero bassa e con i capelli ricci. Ma alle superiori ho smesso di avere complessi sul mio aspetto quando ho capito che il mio ruolo e il mio percorso era quello di creare cose belle, non di essere bella. Ricordo che ero in pausa pranzo e restavo a guardare il riflesso di me stessa su una vetrina mentre mangiavo una focaccia, prima di rientrare.

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9. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?

Non rinuncerei mai alle mie piante. Mi piace raccogliere parti di piante nei miei viaggi, per poi ripiantarle e farle crescere pazientemente nel mio terrazzo.

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