SCENARIO

Caleido Editor’s letter #5: Ucraina, noi siamo loro

Caleido è un osservatorio sul mondo della creatività. Un caleidoscopio che in queste settimane, qualunque sia il panorama inquadrato, restituisce una sola immagine, quella della guerra. E la guerra è l’antitesi di tante cose, tra le quali la creatività. Questo numero di Caleido è più silenzioso e disilluso del solito, e ospita solamente questo articolo di Scenario: una riflessione sul presente, orientata al futuro.

Diario di: @magalinimarco

Ucraina. Con quello che sta accadendo dietro-casa, come possiamo continuare con le nostre vite? Credo che il senso di inquietudine che ci pervade, forse colpa, trovi origine nella nostra consapevolezza di aver avuto la fortuna (perché di questo si tratta, nella sua più totale banalità) di essere nati in una parte del mondo (attualmente) meno problematica “della loro”. Ma “loro” chi? Il “loro” sono tutti quei popoli che stanno sperimentando, ancora una volta, gli orrori della guerra.

Io la guerra l’avevo solo letta sui libri, vista tramite uno schermo o delle immagini, ascoltata dalle parole delle mie nonne, mentalizzata sfogliando alcune lettere dal fronte trovate in un polveroso baule durante un sopralluogo in una vecchia casa. Ma questa volta è diverso, e mi sto chiedendo il perché. Mi ritengo una persona informata, con capacità critica e di analisi e piuttosto sensibile; e quindi perfettamente consapevole che una guerra, sia essa in Ucraina o in Afghanistan, provoca le stesse tragiche conseguenze. Che i bambini che colpisce sono esattamente gli stessi, che la devastazione che lascia alle sue spalle sono identiche, che i traumi sociali sono uguali. Ma questa volta, comunque, è diverso… Ciò che accade sembra più vicino, è più viscerale, più familiare in un certo senso. È come se quel “loro” includesse anche “noi”. Forse per la prima volta.

Ph. Mathias Reding

Questo risvolto di profondo coinvolgimento sociale si colloca in un periodo storico di ritrovato senso collettivo, costituitosi durante la pandemia. Eravamo tutti accomunati dallo stesso enorme problema, con un pericolo (tutto sommato) democratico: un nemico comune che ci ha uniti (il famoso concetto di “metus hostilis”, cioè di paura del nemico come elemento di coesione). E proprio la conseguenza di tale evento (la coesione) è diventata causa della risoluzione del problema stesso: insieme ce la possiamo fare. Una consapevolezza che ha cambiato status: da aforisma-facebookiano è diventato realtà, una consapevolezza sperimentata in prima persona.

E ora, con questa esperienza schiacciante tra le mani, con un’Europa scopertasi popolo, come possiamo separarci davanti alla successiva difficoltà? Come possiamo separare il “noi” dal “loro”?

Prima di questa vicenda avrei scritto, senza rifletterci troppo, che “noi siamo con loro”, ora invece mi viene spontaneo dire che “noi siamo loro”. È una fusione perfetta. Una bella differenza, per chi come me si occupa di comunicazione. E dunque, ecco spiegato perché questa volta fatico davvero a continuare con la mia vita come se nulla fosse… E, anzi, trovo insopportabile chi non prova un briciolo di empatia nei confronti di quello che ci sta accadendo. Chi non si sente in dovere di tormentarsi almeno un po’.

Ph. Arturas Kokorevas
Ph. Arturas Kokorevas
Ph. Nati
Ph. Nati

Tornando a domandarmi il perché questa volta la guerra mi sembra più vicina, ho compreso che non ne faccio una questione di Europa, di confini, di vicinanza geo-politica, geografica o culturale, ma di ritrovata empatia. E di conseguente angoscia. Un’angoscia che ci accomuna e che si intensifica ad ogni Storia che ci appare sul cellulare. Non pubblicata stavolta da media globali o da brand dell’informazione. Ma da amici vicini, amici di amici, conoscenti, collaboratori, che ci ricordano che ciò che sta accadendo oggi a loro potrebbe, in realtà, accadere anche a noi.

E dunque, come possiamo continuare con le nostre vite? Nel concreto non so che cosa dovremmo fare di diverso dal passivo interesse per l’attualità, ed ogni risposta che provo a darmi mi suona insignificante o inadeguata. Ma ciò che di sicuro ciascuno di noi dovrebbe fare è prendersi del tempo per riflettere e trovare un modo personale per lasciare un insegnamento a chi verrà: la guerra è male. In passato c’è chi l’ha scritto in un libro o componendo una poesia, chi l’ha manifestato, chi l’ha recitato, chi l’ha cantato. E tu, cosa stai facendo per rinforzare nei tuoi posteri la consapevolezza che la guerra è male? Come li convincerai a capirlo senza arrivare a sperimentarla sulla propria pelle?

Questa issue di Caleido è un foglio bianco: una pagina di diario che aspetta di essere riempita con pensieri, annotazioni, riflessioni. Lascia il tuo, nei commenti qui sotto.

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